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Credere al dialogo

25 Marzo 2016 , Scritto da DimorareinDio Con tag #Varie

«Noi crediamo sinceramente di essere animati da un desiderio di riconciliazione universale e di pace, ritenendo che la buona volontà dovrebbe bastare e che in questo modo rispondiamo alla volontà di Dio che, per noi, è amore, riconciliazione e pace. Dimentichiamo però di appartenere a un mondo che, pur vantandosi dell'eredità giudaico-cristiana, non ha smesso di  manifestare, da secoli, una volontà di supremazia universale e che a volte ha commesso, nel nome stesso della religione, crimini analoghi a quelli che oggi insanguinano la terra musulmana. I vecchi demoni sono sempre pronti a risorgere dalle loro tombe e, in ogni caso, rimangono presenti nella memoria delle loro vittime. Allora mi ricordo che Gesù non è soltanto il profeta dell'amore, ma che ha dato la vita per manifestarlo. E lo ha fatto mettendo la sua vita e la sua opera sulle linee di divisione dell'umanità ferita: divisione nell'uomo disorientato perchè ha perso il senso della vita; divisioni fra gli esseri umani, che si escludono a vicenda o si sfruttano e si annientano; divisioni fra i credenti, ebrei o pagani, che si mettono al posto di Dio e si giudicano reciprocamente condannandosi all'inferno. Egli ha aperto le braccia per stendere fra i nemici il ponte della riconciliazione. Il segno della croce, che sembra così blasfemo a tanti credenti, è per noi il tramite tra Dio e l'umanità e fra gli esseri umani. La croce regge un uomo squartato che dà la sua vita al posto di strapparla agli altri e per realizzare il progetto di Dio. Gesù pone la mia Chiesa su queste stesse linee di divisione, senza armi e senza volontà o mezzi di potenza. Dopo l'indipendenza dell'Algeria, abbiamo vissuto un impoverimento progressivo di tutto ciò che costituiva il nostro peso e la nostra visibilità sociale (scuole, ospedali, varie istituzioni) e  ci siamo trovati in balia di coloro che volevamo continuare a servire, con mezzi irrisori di fronte ai loro immensi bisogni. Ma questi mezzi erano per noi luoghi di incontro e piattaforme per conoscersi e comprendersi meglio, con le nostre differenze e la pesante eredità dei nostri conflitti passati e presenti. Oggi non c'è nulla di più necessario e di più urgente che creare questi luoghi umani in cui si impara a guardarsi, ad accettarsi, a collaborare e a mettere in comune le eredità culturali che fanno la grandezza di ognuno. Il pluralismo mi sembra una delle sfide più grandi del nostro tempo. La nostra tavola rotonda ne è l'immagine. Siamo vicini gli uni agli altri e viviamo gli uni a casa degli altri: continueremo a perpetuare le nostre liti e le nostre guerre? Ritorneremo alle nostre conquiste e a rilanciare i nostri anatemi, lasciando via libera alla nostra volontà di potenza e di sopraffazione? È vero che ognuno di noi porta un messaggio, una verità, una convinzione che cerca di far condividere. Ciascuno di noi è plasmato da una cultura particolare, attraverso la quale entra in comunicazione con gli altri. Siamo proprio degli estranei gli uni agli altri. Sarebbe un'illusione pensare di poter raggiungere l'umanità comune, spogliata delle sue impronte storiche, carnali, concrete. E tuttavia, ci rendiamo conto che queste caratteristiche non ci devono chiudere nei nostri particolarismi: le avventure coloniali e missionarie del secolo scorso ci hanno insegnato che c'era una vera perversione nel credere di realizzare in se stessi l'universale e che perciò si aveva il diritto (divino) di imporsi a tutti come la perfezione assoluta. Se si tratta di Dio, sappiamo che si trova infinitamente al di là di tutto ciò che possiamo concepire al suo riguardo e che non abbiamo mai finito di scoprirlo. Se si tratta dell'uomo, sappiamo adesso un po' di più che lo specchio in frantumi delle nostre identità deve essere ricomposto per riflettere l'uomo perfetto di cui parla, fra gli altri, Ibn Arabi. Da quel momento l'estraneo (l'altro) riveste un'importanza vitale per ognuno. So bene che ci sono equilibri da rispettare e condizioni oggettive da creare nel campo economico e sociale, affinchè il rapporto con gli altri sia positivo e non provochi l'aggressività e il rigetto. Facendo parte di una minoranza in un mondo diverso dalle mie origini e in quanto emigrato, mi rendo conto delle difficoltà di essere accettato, rispettato, accolto (anche se personalmente lo sono in maniera straordinaria in Algeria). Soprattutto oggi, quando si pensa di salvaguardare meglio la propria identità ripiegandosi sullo spazio nazionale o religioso… Ma è proprio per questo che la violenza diventa generale. Senza idealismi e con perseveranza, la nostra fede in un Dio che è entrato nell'umanità ci spinge a crearvi le condizioni dell'incontro e della fraternità universali, non al di là delle nostre differenze, ma con esse. Gesù mi rivela il valore infinito di ogni essere umano, prezioso agli occhi di Dio, permettendomi di riconoscere nell'altro l'invito ad uscire dai miei limiti e dalla mia arroganza dominatrice per scoprire in lui ciò che mi manca ancora per essere pienamente, autenticamente e generosamente umano. La parola d'ordine della mia fede oggi è perciò il dialogo. Non per tattica o per opportunismo, ma perché il dialogo è alla base del rapporto tra Dio e gli uomini e tra gli uomini. Con Gesù, riapprendo che Dio stesso, per far conoscere e manifestare la propria volontà, ha preso a prestito dall'umanità le parole e perfino la carne. Nello stesso tempo intuisco che il rapporto di Dio con l'umanità rivela qualcosa del suo stesso essere, che, per me, è comunione di rapporti nello Spirito d'amore. Prendo atto infine che tutta la storia sacra si dipana sotto il segno della comunicazione interrotta e ritrovata in un dialogo di cui è Dio a prendere l'iniziativa. La fecondità di questa storia deriva dallo scambio d'amore dialogico che si pone in contrapposizione alla rottura diabolica delle origini. Ed è per questo che me la prendo con le religioni, e a volte anche con la mia Chiesa, per il fatto di praticare più volentieri un monologo aggressivo e di coltivare i loro particolarismi. E non posso fare a meno di soffrire nel vedere quale penosa testimonianza offrono le credenze nella loro pretesa di sottomettere e di governare l'umanità asservandola alle loro leggi. L'altro, tutti gli altri, siano la passione e la ferita attraverso cui Dio potrà fare irruzione nelle fortezze della nostra sufficienza per farvi nascere una umanità nuova e fraterna. Ne va del futuro della nostra fede nel mondo».
 
(da Pierre Claverie, Lettere dall'Algeria, Edizioni Paoline, 1998, pp. 30-33)

 

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