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Correzione sì, ma fraterna

1 Aprile 2016 , Scritto da DimorareinDio Con tag #Riflessioni teologiche

Ammonire i peccatori è solo in apparenza un’opera di misericordia facile. Don José Tolentino Mendonça, poeta e teologo portoghese, lo spiega bene in questo testo che anticipiamo dal libretto Ammonire i peccatori. Dio non desiste da nessuno, a breve in libreria. Vicerettore dell’Università cattolica di Lisbona, docente di scienze bibliche, Tolentino è un autore molto apprezzato in patria e all’estero
 
José Tolentino
 
Quando ho confidato a un amico che stavo scrivendo un piccolo libro sull’opera di misericordia «ammonire i peccatori», mi ha detto divertito: «Che fortuna che hai. Di sicuro hai il compito facilitato. Di tutte le opere di misericordia, questa è quella che pratichiamo di più e con minore sforzo!». Naturalmente ho riso con lui. Ma sono poi ritornato su quelle parole. Mi è venuto in mente il nome che un gruppo di psicanalisti, che si riunisce nella città in cui vivo, ha dato ai suoi incontri: «L’ascolto dell’ascolto». Loro, che sono dei professionisti, sentono che la loro attività può guadagnarci dall’essere verificata e discussa con altri. 
Chi ascolta ha, a sua volta, bisogno di essere ascoltato, anche per avere la garanzia che il lavoro che sta facendo, e il modo in cui lo fa, possieda la coerenza necessaria. Per questo la correzione non solo non è automatica, ma non deve essere nemmeno spontanea. Non è sfogo emozionale che mescola impazienza e frustrazione. Non è un’esplosione di umore. La correzione presuppone un apprendistato. È una profonda arte spirituale che, prima di tutto, va contemplata, pregata e colta in Dio: lui che, dicono le Scritture, è «un padre che corregge» (Sapienza 11,10) e «corregge colui che egli ama» (Ebrei 12,6; cfr. Apocalisse 3,19). 
In Dio, la correzione è inseparabile dalla dinamica dell’amore. Nella stessa linea, il profeta Osea mette a profitto una bella immagine: paragona l’atteggiamento di Dio verso il popolo a quello di un padre affettuoso che insegna al figlio a camminare: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. A Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano» (Osea 11,1.3). Ora, un padre, mentre insegna, regge, sostiene, gioca con il bambino, fa sì che rimanga contento, lo entusiasma nello sforzo, lo aiuta a ripartire. Non lo lascia cadere. Non gli fa mai sentire che non sarà capace di farcela. Anzi. Sa che il piccolo ha bisogno del suo aiuto per guadagnare sicurezza nei suoi passi.
 
AMORE E FIDUCIA
 
Camminare è una questione di fiducia. Il figlio può a buon diritto credere in quello che il papà propone. Per questo sarebbe assurdo considerare la correzione come un fine: è un’impalcatura, una mediazione che collabora al risultato, un supporto per una costruzione che procede nella speranza. Aiuta a essere. Niente più di questo. E dobbiamo sempre evitare che la correzione sia la nostra unica forma di relazione con qualcuno. Chi solamente corregge, non corregge. Ciò disturberebbe il senso stesso di quello che la correzione fraterna è chiamata a realizzare. Correggiamo meglio quando guardiamo in modo solidale alla difficoltà che sta in causa, e scommettiamo con fiducia sul superamento della prova. Non possiamo porci al di fuori, come se il problema appartenesse unicamente all’altro. È tutt’altro l’atteggiamento che Dio ha con noi e che fa dire al salmista: «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza» (Salmo 23,4). 
Vale la pena di meditare su quanto scrive Luciano Manicardi: «Un’autentica correzione esige un lavoro su di sé da parte di chi la esercita; un lavoro che lo porti a imparare a convivere con il male dell’altro e anche con il proprio. Solo chi ha imparato a discernere il male che abita in sé potrà farsi carico del male del fratello e curarlo come medico esperto. Esperto in base alla propria esperienza di malato che è stato curato, di peccatore perdonato». La correzione è il contrario del moralismo e della prepotenza di chi si giudica superiore agli altri. A costoro Gesù dice: «Come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Matteo 7,4-5). Il grande obiettivo della correzione di chi sbaglia deve essere la sua riconciliazione. E coloro che correggono devono vedersi come strumenti di riconciliazione, in sintonia con quello che l’apostolo Paolo indica: «Noi siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Corinzi 5,20).
 
UNA VERITÀ CROCIFISSA
 
Dio non desiste da nessuno. Quel che ci rende simili a Dio non è certo il desistere dagli altri, bensì, al contrario, la scoperta della possibilità di persistere nell’amore, spesso andando controcorrente al primo giudizio della ragione o al peso di quelle che consideriamo essere le evidenze. Cediamo con grande facilità alla tentazione di chiudere porte, consumare rotture, rassegnarci (o anche, cinicamente, rimanerne sollevati) a certe perdite. 
Nelle traiettorie personali o comunitarie che andiamo facendo c’è un dato che emerge con sufficiente chiarezza: non ci avvicineremo al mistero della misericordia se non ci porremo dentro quello che il grande teologo Nicolau Cabasilas ha chiamato «il pazzo amore di Dio per gli uomini». 
Ci riempiamo troppe volte la bocca di «verità», di quello che noi supponiamo essere la verità, e di essa facciamo una resa dei conti, una sentenza di ripudio, un girare le spalle al fratello, un’arma da lancio, un lavarsi le mani. È un modo infantile e povero di trattare la verità. La Verità di Dio è inseparabile dall’amore. Dio non si limita a semplicemente cancellare il male e il peccato. In Gesù, Dio stesso lo assume. Come ricorda l’autore della Lettera agli Ebrei, Cristo non venne a prendersi cura degli angeli, ma della fragile discendenza di Abramo, e fu sperimentando la morte che Gesù vinse il potere della morte (cfr. Ebrei 2,14.16). 
Ora, ciò costituisce un interminabile scandalo, dal quale ci piace rifuggire ma che è irremovibile. La verità di Dio in Gesù Cristo è una verità che è crocifissa. E, conseguentemente, la misericordia in chiave cristiana è una verità che crocifigge. Sarebbe stato molto più facile desistere dagli altri, depennarli dal nostro registro. Il Dio misericordioso non desiste dall’aspettare tutti e dall’insegnarci: «Divieni simile a me con la tua misericordia».
 
(Fonte: http://www.famigliacristiana.it/articolo/correzione-si-ma-fraterna.aspx)
 
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