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La presenza divina nel cuore delle cose

20 Maggio 2016 , Scritto da DimorareinDio Con tag #Riflessioni teologiche

di Maurice Zundel

Avrete avuto occasione di vedere all’Accademia di Firenze i ‘Prigioni’,  quegli schiavi che sembrano emergere dal marmo originario, nel titanico sforzo che libera le loro membra dalla pietra. In nessun luogo risplende meglio il contrasto tra la materia inconsapevole e cieca e lo spirito personale e creatore. Ma neanche in nessun altro luogo appare così chiaramente l’esultanza della materia accettata e la serenità dello spirito che riposa in essa.

La materia s’interiorizza e si illumina di un sogno immortale, si anima, vive - e lo spirito si garantisce (si rassicura) nell’esattezza e nella forza di questa creazione, con l’armonia e la fecondità della bellezza “informe” che continua ad ossessionarlo.

Nessun opera, senza dubbio, l’esaurirà mai. Quelle (dell’Accademia) non fanno altro che raccogliere, nell’abbozzo di quei corpi, lo slancio del genio già teso verso altre creazioni e traggono la loro bellezza dall’Infinito che suggeriscono con tutto quello che esprimono.

È in questo modo che l’arte fa concorrere il misterioso fidanzamento fra la materia e lo spirito alla loro reciproca elevazione, orientandoli, l’uno tramite l’altro, verso l’eterna Sorgente da cui tutto deriva.

L’istituzione dei sacramenti ha dato a queste aspirazioni umane una consacrazione divina disseminando di segni sensibili, presi dalla nostra vita ma rivestiti di un’efficacia soprannaturale, le tappe del nostro ritorno a Dio. Forse nulla rivela meglio il genio del cristianesimo di questo prendere in prestito, per il simbolismo sacramentale, i dati più umili della vita quotidiana.

Noi siamo infatti quasi naturalmente tentati di stabilire un’irriducibile opposizione fra Dio e il mondo e di considerare come specificamente religiosi gli atteggiamenti più lontani dal nostro comportamento abituale. Non si è mancato di presentare la religione sotto questo aspetto, dandogli quel carattere irreale che ne ha allontanato tanti nostri contemporanei.

Cristo invece ha scelto, a sostegno della sua azione santificatrice, gli elementi più familiari, i gesti più quotidiani e le istituzioni più umane.

L’acqua, che è la benefica necessità di ogni ora, diventa sorgente di vita eterna nel battesimo, il pane e il vino sono trasformati, sulla tavola del Signore, in nutrimento divino e il sì dell’amore stabilisce un legame mistico fra gli sposi che si uniscono nella fede della Chiesa.

Dio si dona a noi attraverso i gesti della vita: è dunque tramite loro che anche noi dobbiamo donarci a Lui. Prospettive senza limite si aprono per noi in tutte le vie in cui la nostra attività  è capace di impegnarsi. Le azioni più materiali possono rivestire una grandezza divina e acquistare una portata eterna.

 “Sia che mangiate, sia che beviate, insomma qualsiasi cosa facciate, dice san Paolo, fate tutto per la gloria di Dio”.

Non dobbiamo fuggire dalla vita, ma entrarvi fino in fondo, fino ad incontrare la Sorgente divina nella trasparenza dell’atto, fino allo sgorgare del Magnificat nel cuore della materia innalzata dalla sua umiltà per l’uso che ne fa lo spirito divino.

L’assunzione sacramentale degli elementi, infatti, è il miglior modo per esaudire quella “speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rom 8,21). Come dubitare della vocazione spirituale dell’universo, come non sentire un sentimento fraterno anche verso le cose, dal momento che Dio si degna di comunicarci attraverso di loro la sua Vita?

E in verità facciamo l’esperienza del fatto che l’uso spirituale dei sacramenti sviluppa in noi una nuova visione della creazione. Lungi dal costituire una specie di schermo materiale che impedisce di andare direttamente a Dio, essi sono al contrario la sorgente misteriosa di un’unione sempre più immediata e personale con Lui. D’altronde, non è supremamente opportuno che la materia stessa partecipi a quell’ordine di santità – che è la vita divina – a cui, di conseguenza, tutto l’universo non manca di essere ordinato?

Ricorrere ai segni sacramentali significa dunque semplicemente credere alla realtà del dono di Dio, all’universalità del suo amore, alla vocazione spirituale di ogni creatura

Se normalmente sono indispensabili, non significa che Dio non possa comunicarci, senza di loro, la sua Presenza e la sua Vita. Ma significa piuttosto che, senza di loro, l’universo non potrebbe compiere perfettamente la sua alta funzione, quella di portarci a Dio.

Senza dubbio, il pensiero diffuso nella natura ispira alla scienza meravigliosi progressi e l’arte continuamente imprime alla materia il volto della Bellezza, intuito nelle cose. Ma tali aspirazioni restano confuse e non fanno altro che tradurre lo slancio dell’uomo verso Dio. Rimaneva da esprimere lo slancio di Dio verso l’uomo, che non poteva venire che dall’Alto.

Non avremmo mai immaginato che l’amore di Dio potesse arrivare a tanto, che cioè, non potendo dare la sua grazia alla materia, volesse almeno comunicarla attraverso di lei.

È proprio quello che ha fatto con i sacramenti.

Così tutto l’universo, in un certo qual modo, partecipa alla sua Vita, e realizza, in una specie di comunione mistica, una suprema unità.

Tutto ciò ha un’importanza infinita nell’andamento della nostra vita. Corriamo il rischio, in ogni momento, di irrigidirci in un assurdo disprezzo per le creature, o di diventarne schiavi con un attaccamento disordinato. Ambedue gli atteggiamenti sono ugualmente disastrosi. Timore morboso da un lato, rimozione dolorosa e sospetto; ebrezza disgregante dall’altro, possessione esaltata e idolatrica.

Come uscirne? Possiamo sinceramente staccarci dalle creature, fare come se il mondo sensibile non esistesse e vivere solo per Dio?  Domanda piena di ambiguità e il cui solo enunciato può far nascere i più gravi malintesi. Con che diritto, infatti, decidere una frattura tra Dio e il mondo che deve al suo amore tutto ciò che comporta di essere e di vita? Il Vangelo non può impegnarci in una contraddizione così intollerabile. Il distacco dalle creature, tanto spesso proposto e raramente esplicitato, è solo un modo, abbastanza goffo del resto, d’inculcare il distacco da se stessi, il dovere della povertà secondo lo spirito, l’obbligo di un allargamento senza limiti per arrivare a quella trasparenza che ci permetterà di scoprire, alla fine, la realtà delle cose: amandole come Dio le ama.

Se le creature sono per noi una trappola, è proprio, per quanto possa sembrare paradossale, perché non le amiamo. Le vogliamo per noi, stabiliamo con loro un rapporto come semplici mezzi, gli diamo l’aspetto dei nostri desideri, le limitiamo alla misura dei nostri bisogni; non sospettiamo, né che possano avere un loro proprio destino - un’opera da compiere che ci supera e di fronte alla quale dobbiamo farci da parte - né che noi siamo responsabili in qualche modo della loro fedeltà alle esigenze spirituali che devono realizzarsi in loro.

Queste riflessioni riguardano, innanzitutto ed evidentemente, i nostri rapporti con gli esseri raziocinanti. Ma restano vere tuttavia, in un certo senso, nelle nostre relazioni con ogni creatura. Se l’universo ha un’origine divina, come potrebbe non avere anche una fine divina? Tutte le cose non sarebbero forse rivestite dello splendore del disegno che in esso si persegue, trascinate dallo slancio infinito che le solleva verso Dio? Ogni individuo diventerebbe per noi un ostensorio, se noi, in lui, andassimo incontro a quel pensiero divino che è la sua vera identità, se noi ci avvicinassimo a lui col desiderio di liberare quella parte d’infinito che deve risplendere attraverso di  lui.

Il distacco cristiano non è altro che questa passione divina per la grandezza degli esseri, questo rifiuto di considerarli ad un livello più basso della nobiltà della loro origine e della loro fine, di questa volontà che siano. Non c’è più nessun pericolo allora ad amarli, nella trasparenza misteriosa che fa di ciascuno come una nuova rivelazione di Dio.

Ogni incontro diventa una preghiera, ogni sguardo fa sorgere l’orazione, tutta la vita è religione. Non conosco niente di più semplice e di più profondo di questa contemplazione che, dal mattino alla sera, scopre una presenza divina nel cuore delle cose. Non conosco musica più meravigliosa del canto che sgorga dalle anime quando s’inginocchiano davanti al loro mistero. Non credo possa esistere una sorgente di poesia più alta di un universo all’opera con il suo Creatore per far nascere in noi una vita divina.

È a questa poesia, in cui tutto l’essere si rinnova, che ci iniziano i sacramenti, facendoci percepire tutta la realtà come un canto divino.

All realities will sing

nothing else will

dice meravigliosamente Coventry Patmore: Ogni realtà canterà/  nient’altro canterà.

 
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