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Meditazioni sulla sabbia

3 Maggio 2016 , Scritto da DimorareinDio Con tag #Varie

Il deserto come scuola di consapevolezza e responsabilità

di ANTONELLA LUMINI

Deserto, smarrimento, solitudine, sono le coordinate di ogni autentica esperienza spirituale. Perdersi per farsi ritrovare. Uscire allo scoperto, in una realtà estrema dove non ci sono più appigli e immergersi in quel «continente misterioso» che è la preghiera profonda. Questo il tracciato offerto dalle intense riflessioni scritte da Alessandro Pronzato dopo un pellegrinaggio alla tomba di Charles de Foucauld, sull’Ahaggar nel Sahara algerino e raccolte nel libro Meditazioni sulla sabbia (Milano, Gribaudi, 2016, pagine 192, euro 12,50) che, rimasto per decenni a tacere, nonostante la notorietà dell’autore e la fortuna delle due edizioni del 1981, è stato da poco ripubblicato. Certamente si ispira alla testimonianza di Charles de Foucauld — riportata alla mente da Lettere dal deserto di Carlo Carretto — ma si sviluppa secondo una prospettiva del tutto personale. Certi percorsi interrogano, provocano una scossa. Rimandano l’eco della voce del Battista che chiama a conversione: «Nel deserto preparate le vie del Signore!». In una società globalizzata, dominata dal consumismo mediatico, è sempre più urgente custodire silenzio e solitudine, divenire canali aperti attraverso cui la luce possa filtrare. In effetti, anche se in maniera ancora sotterranea, tale fenomeno è in atto da tempo, ma non sempre trova corrispondenza nelle forme tradizionali. Se infatti da una parte diversi monasteri si stanno svuotando, dall’altra si sta riaffermando la vocazione eremitica e non solo nella sua forma istituzionale, ma anche secondo modalità più informali e nascoste. Capita di incontrare uomini e donne di fede chiamati a mettersi in cammino sulle vie dello spirito senza alcuna meta predefinita. Il deserto, tremendum e fascinans, è luogo di Esodo: «Ci si arrischia su quelle piste perché spinti dallo Spirito». È necessario dunque porsi in ascolto e obbedire alla voce interiore che chiama. Rimanere aggrappati a consuetudini e condizionamenti impedisce di toccare il fondo dove è custodita la vita dello Spirito. Il percorso parte sempre dalla liberazione perché il potere che domina il mondo invischia, infiltrandosi sottilmente e possedendo con i suoi inganni, apparentemente innocui. Ogni tanto serve dunque la spinta che scuote ed è proprio questo l’effetto che suscitano le pagine di questo libro. Il deserto non è solo un luogo geografico, ma simbolo di un’esperienza interiore di estremo disorientamento. Rinvia a una realtà nuda, evoca paura. Per questo è insieme simbolo per eccellenza di purificazione. L’attraversamento del deserto stravolge, diviene uno spartiacque in cui niente è più come prima. Il rischio è grande. Si può essere inghiottiti da forze incontrollabili. Chi ritorna è come passato dalla morte alla vita. Il deserto «è luogo di perdizione e di liberazione. Morte e resurrezione». Apre a un rapporto del tutto inedito con Dio: «è proprio quest’uomo smarrito, disperato, l’oggetto dell’attenzione di Dio, del suo dono di misericordia. Ma intanto Dio ti fa attraversare il deserto della perplessità. La zona paurosa dell’ostilità. Dove l’unico segno della sua presenza è l’assenza». Crolla ogni dimensione ideologica. L’astrazione lascia il posto all’esperienza diretta senza più mediazione.
 Mollare, anche per breve tempo, il ritmo disumanizzato che imperversa, cambia tutte le modalità esistenziali. Attesa, lentezza, silenzio prendono il posto della fretta, dell’azione frenetica, del rumore. Stare immobili su un mucchio di sabbia in mezzo alle dune senza alcun riferimento, mentre infuria il vento, mentre il sole «picchia martellate sulla testa» scava l’anima, purifica. «Avevo l’impressione di impazzire. Il tempo aveva una lentezza crudele». L’impatto con il limite fa conoscere l’estrema povertà
di uno stato «di istupidimento, di inerzia». Fa scoprire la «preghiera di impotenza», ne rivela il senso profondo di cedimento, resa. La vera preghiera è grido di aiuto, pianto, sussulto. Segna il nascere a una nuova vita. Come il neonato emette il primo vagito che è grido, ugualmente chi nasce allo Spirito e vede la luce dopo avere attraversato il vuoto. Toccare le soglie estreme strappa dal torpore dall’abitudinarietà, conduce in quell’oltre in cui la preghiera sgorga spontaneamente dall’anima, risale misteriosamente come acqua da un pozzo sconosciuto. «Le forze che scaturiscono dalla preghiera di impotenza, si manifestano quando non ci sono altre forze in azione», cioè nella totale nudità, nello smascheramento che opera il contatto con lo Spirito Santo. C’è solo da abbandonare le redini e accettare di lasciarsi sconvolgere. «Quando lo Spirito fa irruzione nella nostra vita, non rispetta niente, trasforma ogni cosa, manda all’aria l’ordine stabilito», proprio come la tempesta di sabbia che dove imperversa trasforma l’intero paesaggio. La preghiera non è «forza integrante, ma sovversiva». Fa crollare le illusioni, libera dalle cose vane, risana. Fa scoprire il grande valore della solitudine come possibilità di un contatto autentico con Dio e con tutte le creature. L’uomo di preghiera è un tra sgressore «spezza la linea che lo chiude nelle sue possibilità». Allorché ci si sente impotenti a pregare, si scopre la vera preghiera, quella che «viene fatta scaturire e viene modellata dallo Spirito di Dio». La chiamata al deserto immerge nell’intimità del solo a Solo. Fa conoscere la dolcezza del Consolatore che guarisce le ferite. Allo stesso tempo permette di stabilire rapporti di comunione con i fratelli
perché il Consolatore è Amore. «I solitari hanno scoperto che l’unica maniera di essere presenti al mondo è di essere presenti soprattutto a Dio». La preghiera cristiana più distacca, più «inchioda i piedi a terra», cioè partecipa delle vicende umane. «Il contemplativo è uno che tiene il cuore nel cuore del mondo». Essendo sempre più intimo alla propria umanità, diviene intimo a coloro che incontra, diviene compassionevole. Riceve la forza di guardare in faccia la verità, di accoglierla con misericordia, soprattutto quella che nessuno vuole vedere, di portarne il peso, perché la preghiera cristiana è «dialogo del figlio col Padre. È comunione». In questo nostro tempo di grande smarrimento, l’esperienza del deserto è dunque sempre più attuale. Più crollano i valori, più è necessario tornare alla fonte. Solo lo Spirito dona il coraggio di inoltrarsi nei deserti interiori, di sentirne l’arsura, l’aridità: «Dio si fa trovare esclusivamente da chi ha fame e sete. Il suo dono è proporzionale all’insondabile desiderio». Oggi sono richieste esperienze radicali, come al tempo dei padri del deserto. Sembra un paradosso eppure proprio il mondo occidentale, culla della civiltà cristiana, ha prodotto un modello di sviluppo estremamente contraddittorio e fluttuante, fino a dar luogo alla cosiddetta società liquida. Insieme però ha favorito, almeno in via di principio, lo sgretolarsi di ogni atavico vincolo di sopraffazione perché l’annuncio evangelico è in sé stesso forza di liberazione. L’emancipazione dalla schiavitù, dalla  condizione di oppressione della donna, il rispetto della dignità umana ecc., sono tutte conquiste scaturite in ambito cristiano. Ma le spinte egoiche, come gli uccelli della parabola del buon seminatore, sono le più rapide e ingorde e la fanno da padrone ingurgitando i semi elargiti dall’opera divina per i propri calcoli e progetti di menzogna. Lo spirito dell’anticristo cresce con Cristo. Più lo attacca e lo combatte più impara da lui, si rafforza. L’esperienza del deserto diviene quindi specchio del deserto interiore. Aiuta a riconoscere e ad accogliere il vuoto che dilaga nell’umanità. Pronzato cita un altro libro che ebbe molta fortuna negli anni Ottanta, anch’esso da qualche anno ripubblicato: Pustinia: le comunità del deserto oggi, di Catherine de Hueck Doherty (Milano, Jaca Book, 1978, nuova edizione 2010). La pustinia, deserto in lingua russa, rimanda a una vocazione al silenzio tipica della tradizione ortodossa. Il silenzio non chiude in se stessi, apre all’ascolto di Dio e degli uomini, è una risorsa spirituale per l’intero contesto umano, pertanto, come testimoniano certi eremiti urbani, non è impossibile vivere l’esperienza del «deserto nella città, la pustinia sulla pubblica piazza». Dove silenzio e solitudine divengono dimensione interiore, la cella si radica nel cuore e può percorrere le strade del mondo. Pronzato anche oggi afferma: «il deserto, per me, non è stato una fuga dal reale, una specie di revival dell’intimismo, un rifugio nell’individualismo, o un ritorno nel privato. Al contrario, è stato per me scuola di consapevolezza, responsabilità, comunione».
 
(©L'Osservatore Romano 1 maggio 2016)
 
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