Rimanete nel mio amore
[...] Per noi ora diciamo: bisogna essere in comunione vitale con Cristo. In questa comunione è l’aspetto personale che viene in considerazione. Anzi l’aspetto intimo, spirituale, che si verifica nelle profondità del nostro essere, alle quali la nostra coscienza non arriva, se non per fede, e per alcune rare e imperfette esperienze. I mistici sono in questo campo i più esperti. Ma ciascuno di noi deve poter dire: «Vivo non più io, ma vive in me Cristo» (Gal. 2, 20). Questo senso di comunione interiore con Cristo, di convivenza personale con Lui, d’inabitazione di Lui nella nostra anima (cfr. Eph. 3, 17) dovrebbe ardere sempre come una lampada accesa dentro di noi, e dovrebbe modificare assai quella coscienza di noi stessi che chiamiamo la nostra personalità, senza per questo inceppare la nostra spontaneità, né esprimersi in bigotteria.
E che il Signore tenesse molto alla nostra comunione con Lui ce lo dice una sua dolcissima ed estrema parola, da ascoltare in attento silenzio; ed è questa; «Rimanete nel mio amore». Questo verbo «rimanere» doveva essere abituale sulle labbra del Signore, se lo troviamo tante volte ricorrente negli scritti di San Giovanni evangelista (67 volte, ci dicono gli esegeti, delle quali 40 nel suo Vangelo), con vari significati, fra cui prevale quello spirituale, anzi mistico, che a noi pare espresso in pienezza nella breve frase citata: «Rimanete nel mio amore» (Io. 15, 9; cfr. PECORARA, De verbo «manere» apud Ioannem, in Divus Thomas, 1937, pp. 159-171).
[...]Che cosa intende dire il Signore con questa raccomandazione piena di tenerezza e di forza? Che i discepoli dovevano perseverare nell’amoroso ricordo di Lui, come poco prima, dopo l’istituzione dell’Eucaristia, aveva detto: «Fate questo in memoria di me»? (Luc. 22, 19); ovvero voleva dire che i discepoli dovevano conservare in se stessi l’affetto, che Cristo aveva avuto per loro? O meglio Gesù desiderava che l’amore perdurasse in una intensa reciprocità? Questo forse. Ma in una misura piena, ultra-sentimentale, vitale. Lo stesso Evangelista Giovanni nella sua prima lettera così si esprime: «Chi rimane nella carità rimane in Dio, e Dio in lui» (1 Io. 4, 16). La realtà è questa: che Gesù pensava ad una mistica unione da compiersi nella profondità dell’anima fra Lui e ciascuno dei suoi; pensava all’amore suo ai discepoli e all’amore suo nei discepoli e, insieme, all’amore dei discepoli a Lui; pensava al mistero della grazia, cioè della carità, che «è una certa amicizia dell’uomo con Dio» (S. TH., II-IIæ, 23, 5). E pensava che questo rapporto soprannaturale dovesse rimanere, rimanere sempre, anche dopo la scomparsa di Cristo morto e risorto dalla scena di questo mondo. Il pensiero del Signore, sotto questo riguardo, è chiarissimo: Gesù stabilisce un vincolo stabile fra Lui ed i suoi, un vincolo che la sua morte e la sua risurrezione non avrebbero interrotto; sarebbe stato permanente da parte sua, ed Egli lo voleva permanente, anche se libero e personale, da parte dei suoi.
Concludiamo. Se vogliamo rinnovare la vita della Chiesa come comunione, dobbiamo avere somma cura di stabilire in noi stessi questa comunione personale e soprannaturale con Cristo, alimentando cioè un amore vivo, animato dalla grazia e dall’interiore conversazione con Lui, presente dentro di noi. Non per nulla la pietà cattolica chiama «comunione» la assunzione della Eucaristia, e dedica a questo incontro, tanto semplice e ineffabile, qualche momento di silenzio, di raccoglimento, di ascoltazione interiore, di incomparabile consolazione. Molti oggi trascurano questa pausa preziosissima. Vi esortiamo a tenerla cara. Con la Nostra Benedizione Apostolica.
(da Paolo VI, Udienza generale, 29-10-1969)
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