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DIMORARE IN DIO

Riscoprire la vita in Cristo

30 Gennaio 2012 , Scritto da Citocromo Con tag #Riflessioni teologiche

Scriveva Nicola Cabasilas: «Per conoscere Cristo abbiamo ricevuto il pensiero, per correre verso di lui il desiderio, e la memoria per portarolo in noi; perché mentre eravamo plasmati era lui l’archetipo: infatti non il vecchio Adamo è modello del nuovo, ma il nuovo è modello del vecchio»18. In questa affermazione del teologo greco è concentrata un’intera spiritualità cristocentrica. Gesù, infatti, è verità, ma anche via e vita (cfr. Gv 14,6). La tradizione cristiana vede in armonia l’intellectus Christi e l’amor Christi, la retta professione di fede e l’esperienza spirituale.
Bisogna operare il passaggio dal discorso su Gesù all’incontro con lui, all’esperienza della sua reale «esistenza» in noi, nella Chiesa, nel mondo. Gesù non è una formula di fede, ma una persona reale, che esiste, che dà vita, che è la radice del nostro essere. La storia affascinante di Gesù raggiunge la sua finalità quando diventa la nostra storia di vita: siamo, infatti, chiamati non solo alla conoscenza delle sue ricchezze, ma al possesso vitale di questa perla preziosa e di questo tesoro spirituale. Afferma ancora il Cabasilas: «La nostra conoscenza delle cose è duplice: quella che si può acquistare ascoltando e quella che si apprende per esperienza diretta. Nel primo modo, non tocchiamo la cosa, ma la vediamo nelle parole come in un’immagine, e nemmeno in un’immagine esatta della sua forma […]. Conoscere per esperienza, invece, vuol dire raggiungere la cosa stessa: qui perciò la forma si imprime nell’anima e suscita il desiderio come un vestigio proporzionato alla sua bellezza»19.
Ed è proprio l’esperienza di Cristo a costituire l’essenza della vita cristiana. Essa non è mai, come in altre religioni, pura interiorità soggettiva o estasi impegnata di trascendimento del corpo, del sensibile, del tempo, dei rapporti interpersonali, della frammentarietà del molteplice fino all’immersione totale nell’immensità dell’uno divino come traguardo di somma interiorità. La vita cristiana dice, invece, riferimento all’«oggettivo cristiano», che è il mistero del Cristo risorto. L’esperienza cristiana è, dice ancora il Cabasilas, la «memoria per portarlo in noi»: è ubbidienza, accoglienza e disponibilità a vivere nella «memoria» di Cristo: «Jesu dulcis memoria»20.
Si tratta di Gesù riconosciuto e accolto come amico fedele, come modello di umanità realizzata, come maestro di vita. Si tratta più radicalmente di riconoscere e sperimentare Gesù come il Signore e il Tutto della propria personale esistenza: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» (Gv 1,41). Per cui la vita del cristiano si fa vita «in Cristo, per Cristo, verso Cristo». Cristo diventa il centro della propria storia personale. Da questo intrinseco riferimento a Gesù Cristo, l’identità della persona non viene mortificata, ma al contrario esaltata e rafforzata: «Si fa l'esperienza dell’oggettivo cristiano, cioè di Gesù Cristo e di ciò che fonda l’esistenza cristiana in Gesù Cristo, ma se ne fa esperienza in quanto diventa la forma del soggetto cristiano o, meglio, si fa l’esperienza del soggettivo cristiano in quanto prende la forma dell’oggettivo cristiano che è lo stesso Gesù Cristo»21.
Rileggiamo il dialogo tra Gesù e i primi suoi discepoli, come ce lo racconta l’evangelista Giovanni, che nota persino l’ora dell’incontro: «E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cercate”. Gli risposero: “Rabbì, dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,38-39). Il fermarsi presso di lui dei discepoli non si limitò al giorno della chiamata ma si estese a tutta la loro vita. Afferrati da Cristo, guidati dalla sua voce, sorretti dalla sua mano, confortati dalla sua grazia, divennero segni di Cristo nel mondo.
La sequela è imitazione di Cristo. Tale imitazione, però, non è solo compiere le stesse azioni misericordiose di Gesù e provare i suoi stessi sentimenti. Oltre all’impegno etico, l’imitazione di Cristo implica un coinvolgimento totale: è partecipazione ai suoi misteri, anzi, al mistero che Egli è.
E’ una «imitazione per partecipazione»: «Gesù è la “forma”, cioè il modello che contiene tutta la realtà della salvezza e di conseguenza la mostra con tutto il suo essere, con tutta la sua esistenza; il cristiano deve lasciarsi “formare” da lui e secondo lui e, dato che è stato “deformato” dal peccato, lasciarsi “ri-formare” a sua somiglianza, mediante il suo Spirito»22. Essendo Gesù la forma, la conformazione a lui significa trasformazione e quindi conversione e santificazione: «Tibi se cor meum totum subicit» («A te il mio cuore si sottomette completamente»)23. Se l’incarnazione del Verbo svela la verità dell’uomo, allora la nostra santificazione nel Figlio diventa il compimento della nostra verità. Santificazione significa umanità autentica e la nostra vita diventa, in un certo modo, prolungamento dell’umanità di Gesù.
18 N. Cabasilas, La vita in Cristo, VI, 10
19 Ivi, II, 8
20 Cfr. A. Wilmart, Le «jubilus» sur le nom de Jésus dit de sain Bernard, in Ephemerides Liturgicae 57 (1943) pp. 3-285, H. Lansberg, Der Hymnus «Jesu dulcis memoria», München 1965.
21 Cfr. G.  Moioli, L’esperienza spirituale, Glossa, Milano 1994, p. 66
22 J. Leclercq, La contemplazione di Cristo nel monachesimo medievale, san Paolo, Cinisello Balsamo 1994, pp. 200-201
23 Dall’inno eucaristico «Adoro te devote»

(da Angelo Amato, Gesù Cristo, centro del Giubileo, pp. 22-24, in Aa. vv., Il Giubileo, Rivista internazionale di Teologia e Cultura. Communio, luglio-ottobre 1998, Jaca Book)

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