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DIMORARE IN DIO

Sacrificio

23 Gennaio 2012 , Scritto da DimorareinDio Con tag #Riflessioni teologiche

«Per capire correttamente il sacrificio di Cristo è necessario, anzitutto, modificare il nostro concetto di «sacrificio». Nel linguaggio corrente, questa parola ha assunto un senso negativo: è venuta a significare «privazione penosa». Una madre di famiglia, ad esempio, dirà: «In questi tempi, il carovita ci impone molti sacrifici. Dobbiamo fare a meno di parecchie cose che ci sarebbero utili». Di per sé, però, «sacrificio» è un termine positivo del linguaggio religioso: è il sostantivo che corrisponde al verbo «sacrificare», il quale significa «rendere sacro», così come «semplificare» significa «rendere semplice» e «purificare» «rendere puro». L’idea, quindi, non è quella di una privazione, ma, al contrario, quella di un’aggiunta di valore, di un arricchimento. Si tratta di rendere sacro ciò che non lo era e questo richiede una comunicazione della santità divina, la quale è la più positiva di tutte le realtà, la più ricca di valore. Un sacrificio può anche comportare un aspetto penoso, ma non lo si deve confondere con questo aspetto penoso, giacché il suo aspetto più importante consiste nella trasformazione positiva della realtà. Una pena che è soltanto una pena non è un sacrificio. Lo diventa se trasformata, dall’interno, in mezzo di santificazione, di comunione più intima con Dio. Tale trasformazione si realizza per mezzo dell’amore divino, perché la santità di Dio è una santità di amore. Il sacrificio di Cristo è consistito nel riempire di amore divino la sua sofferenza e la sua morte, al punto di ottenere la vittoria dell’amore sulla morte. La risurrezione fa parte integrante del sacrificio di Cristo, perché ne costituisce l’esito positivo. Tra la morte di Gesù sulla croce e la sua risurrezione una veduta superficiale delle cose scorge soltanto un forte contrasto. Una visione profonda, invece, percepisce una stretta continuità: con la potenza interiore dell’amore, Gesù ha trasformato la sua sofferenza e la sua morte in sorgente di una nuova vita, una vita di perfetta unione con Dio nella gloria. La trasformazione effettuata nella passione ha prodotto la risurrezione. Il sacrificio di Cristo è l’evento più positivo che ci sia mai stato. Presenta un’inesauribile ricchezza di aspetti».

(da Albert Vanhoye, Dio ha tanto amato il mondo. Lectio divina sul «sacrificio» di Cristo, Paoline, 2007, pp. 5-6)

«Noi siamo sempre portati a pensare al sacrificio in termini di privazione, e alla nostra partecipazione al sacrificio di Cristo in termini di offerta di noi stessi. Questo non è falso. La nostra offerta, infatti, è necessaria, e richiede da parte nostra delle rinunce, delle rotture, delle privazioni, che sono per noi vere “morti”, attraverso le quali possiamo partecipare alla morte del Signore.
Ma, come nell’offertorio abbiamo cominciato con il confessare che tutto quello che abbiamo tra le mani ci è venuto da Dio, così la partecipazione reale che il Signore ci chiede al suo sacrificio nel momento della Messa in cui siamo giunti [la Comunione, ndt] consiste nel riceverlo.
Dobbiamo notare che le prime parole dell’istituzione dell’Eucaristia, le parole della consacrazione in cui si esprime in maniera esplicita e attiva il sacrificio di Cristo, sono proprio: “Prendete e mangiate”. E solo dopo si dice: “Questo è il mio corpo”, con la precisazione: “dato per voi”. Gesù non dice: “sacrificato per voi”, ma: “dato per voi”. E’ donandosi a noi in nutrimento che Gesù si offre al Padre; è conseguentemente per noi che egli si consegna alla forza dello Spirito, affinché questa forza penetri in noi.
Dal momento che noi non siamo riempiti dell’amore di Dio “per natura”, ma per la sola grazia gratuita della sua misericordia, la nostra partecipazione al sacrificio del Figlio si realizza non tanto con il gesto di offrire quanto con quello di ricevere. Comunicare significa “prendere” nelle nostre mani e “mangiare”. Questo ci fa capire che il sacrificio che celebriamo è molto più un dono che Dio ci fa che un dono che noi facciamo a lui. La nostra offerta di noi stessi è innanzitutto l’occasione che Dio ha di donarsi, di donare la pienezza della sua vita, di realizzare con noi la sua “nuova ed eterna alleanza”».
 
(da Albert Vanhoye, Messa, vita offerta, Edizioni AdP, Roma, 2007, pp. 81-82)
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