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DIMORARE IN DIO

L'eredità e lo stile del Vaticano II. Cinquant'anni dopo

25 Luglio 2013 , Scritto da DimorareinDio Con tag #Vaticano II

di FRANCO GIULIO BRAMBILLA*
 
 Il Vaticano II è diventato un “segno di contraddizione” nella Chiesa di oggi. Non ci si dovrebbe, però, meravigliare di questo fatto: tutti i grandi concili hanno sempre suscitato un momento forte d’impatto critico. I concili, infatti, sono un “atto di tradizione vivente”. In quanto atto di “tradizione” il concilio torna alle origini a partire da una domanda presente, in quanto atto “vivente” la ripresa dell’inizio è un gesto nuovo di discernimento dell’epoca attuale.
 Credo che si possa dire sinteticamente il senso dell’evento conciliare così: il leitmotiv del Vaticano II è stato il suo carattere pastorale. Tanto che nel postconcilio il termine è diventato quasi una parola magica che ha corso il pericolo dell’inflazione. Tutto è diventato pastorale e ogni cosa doveva essere pastorale.
 Il motivo della fortuna del termine “pastorale”, per indicare lo spirito e il fine del concilio, risale allo stesso Papa Giovanni XXIII che con tale espressione volle indicare l’intenzione sintetica proposta all’assise mondiale dei Vescovi. Già dal suo annuncio, il Papa enfatizzò l’intento pastorale del concilio, declinandolo in tre aspetti: l’apertura della Chiesa al mondo moderno, la ricomposizione dell’unità tra i cristiani e il tema della giustizia e della pace. Fin dal gennaio del 1959 queste istanze parvero subito tratteggiate e hanno trovato nel discorso di apertura del concilio la loro convinta proclamazione. Il testo della Gaudet mater ecclesia, diventato giustamente famoso, indicava lo stile del concilio nella sfida ai “profeti di sventura”: «essi non sono capaci di veder altro che rovine e guai: vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano al punto da comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta liberta della Chiesa». E di seguito il Papa aggiunge con uno scatto di speranza: «A noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunciano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo».
 In realtà, non sta qui la vera novità del discorso di apertura. Potremmo dire che questo è l’elemento atmosferico, il motivo che apre la cosiddetta stagione della “primavera” della Chiesa. Decisivo è un altro passaggio che Papa Giovanni nel suo manoscritto definiva il punctum saliens e che spiega l’intento “pastorale” del concilio. Rileggiamolo: «Per questo [per ribadire la dottrina] non occorreva un concilio. Ma dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della Chiesa (...) lo spirito cristiano, cattolico e apostolico del mondo intero attende un balzo in avanti verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze in corrispondenza (...) all’autentica dottrina studiata ed esposta secondo le forme dell’indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno. Altra è la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei, ed altra è la formulazione del suo rivestimento: ed è di questo che devesi — con pazienza se occorre — tener gran conto, tutto misurando nelle forme e proporzioni di un magistero a carattere prevalentemente pastorale».
 A questo proposito esiste anche un piccolo giallo. Il testo latino ufficiale pronunciato nella basilica di San Pietro e apparso negli Acta apostolicae sedis “traduceva” il discorso di mano dello stesso Pontefice così: Est enim aliud ipsum depositum fidei, seu veritates, quae veneranda nostra doctrina continentur, aliud modus, quo eaedem enuntiantur, eodem tamen sensu eademque sententia. Pertanto oggi leggiamo nell’Enchiridium Vaticanum la nuova traduzione italiana sul testo latino “corretto”: «Altro è infatti il deposito della fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina; altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione» (I, 55).
 Ma Papa Giovanni si rese conto della differenza e continuò a citare con candido puntiglio e ripetutamente (ad esempio il 4 novembre e il 6 dicembre e poi, soprattutto ai cardinali, il 23 dicembre 1962), anche dopo la “traduzione ufficiale” latina, la sua scrittura italiana del testo. La diversità — come si può vedere — non è di poco conto per spiegare il senso dell’“indole pastorale” del concilio. Il Pontefice distingueva, nell’antica dottrina del depositum fidei, la «sostanza» dal «rivestimento», identificando il programma di «aggiornamento» in un «magistero a carattere prevalentemente pastorale». Mentre la correzione dell’invisibile mano latina riportava la questione a una concezione “dottrinalista” della rivelazione, parlando del depositum fidei come di un insieme di veritates (si noti il plurale), di cui possono esistere modalità diverse di formulazione.
 Papa Giovanni richiamava la coppia “sostanza-rivestimento” probabilmente secondo il senso comune, mentre la correzione latina riproponeva la distinzione tra verità dottrinale e formulazione linguistica. Se al Papa si fosse chiesto in che cosa consistesse la sostanza del messaggio cristiano, certo avrebbe risposto, con il linguaggio di quel tempo, l’incarnazione del Verbo, la stessa persona di Gesù Cristo. Fin qui l’intuizione inaugurale del Papa.
 Tuttavia, come ha fatto notare uno dei più acuti commentatori del concilio (Edward Schillebeeckx), non si può sfilare il “rivestimento” dalla “sostanza” della fede, con la stessa disinvoltura con cui le bambine vestono e svestono la loro Barbie. Qui nasce il conflitto delle interpretazioni circa il senso del carattere “pastorale” dei pronunciamenti conciliari, ma soprattutto prende avvio il grande lavoro del concilio per riformulare i temi della rivelazione, della Chiesa e del mondo. Amo pensare che la proposizione di Papa Giovanni sia più utile per dire che cosa va superato (una concezione esclusivamente dottrinale della rivelazione), che per suggerire come deve essere pensato in positivo il rapporto tra sostanza e rivestimento. La formulazione è ancora maldestra e troverà solo alla fine del concilio un suo assestamento nella coppia, di ascendenza francese, di rivelazione “evento” e “parola”. Con una chiara prevalenza della “rivelazione-evento”, abbandonando talvolta la “rivelazione-parola” al ruolo di mero “rivestimento” culturale dell’ineffabilità dell’evento.
 L’oscillazione del pendolo è evidente: da una concezione dottrinalista a una concezione eventistica della rivelazione. Se il merito dell’intervento del Pontefice era di sdoganare il messaggio cristiano e il suo annuncio nel mondo contemporaneo da una visione concettualista della verità cristiana, il pericolo del postconcilio sarà di risospingere il cuore della fede in una zona di ineffabilità, che avrebbe poi dovuto indossare la veste di una parola da adattare sempre da capo al linguaggio del tempo, in una sorta di interpretazione infinita. Era questo il senso del magistero “pastorale”? Si riduceva solo a un problema di comunicabilità e comunicazione? O andava forse a toccare più in profondità il senso della verità cristiana?
 La Chiesa del concilio è quella che ha riaperto lo scrigno della Parola: questa è una grande eredità del concilio. Dei Verbum religiose audiens: una Chiesa che ascolta. Per la Chiesa italiana, questa Costituzione conciliare, approvata una manciata di giorni prima della conclusione del Vaticano II (il 18 novembre 1965), ha avuto la sua icona personale — mi si permetta questo tratto di sciovinismo milanese — nei ventidue anni dell’episcopato del cardinale Martini, quasi un’interminabile cura del carattere stimolante, provocante, inquietante, trasformante, consolante della Parola di Dio. La proverbiale ricerca dell’icona biblica, diventata un vezzo talvolta usato anche in un modo un po’ maldestro da noi, ha avuto nella cattedra del vescovo di Milano la sua vera e più grande icona. E credo che abbia avuto un benefico influsso su tutte le altre Chiese d’Italia. Il suo tenace, persino testardo, affidamento alla Parola, spiegata, sminuzzata, ruminata, a tempo e fuori tempo, per quelli di dentro e per quelli di fuori, è stata come la stella polare sul cammino. Con un sorprendente effetto di penetrazione: più egli ci ha avvicinati alla Parola e al suo centro che e il mistero del Signore Gesù, più essa si faceva ascoltare nelle lande desolate della società secolare, da credenti e non credenti, in una società così sicura e autosufficiente e insieme depressa e disperata nella propria solitudine.
 Dopo quattro secoli di digiuno della Parola questo pare essere il frutto più rivoluzionario del concilio. Pensiamo, invece, a tutti i commenti alla Parola biblica antichi e medievali, fino alle soglie del moderno, anche se questo non significa che dopo Trento essa sia mancata nella liturgia e nella teologia; ma spesso non era presente nella forma fresca e tonificante dell’accostamento personale e comunitario.
 Religiose audiens: lo stile del concilio è quello di una “Chiesa che ascolta” di più. In primo luogo che ascolta di più la Parola, che mette al centro il primato di Dio nei gesti e nella Pasqua di Gesù, ma poi che l’ascolta meglio per sè e per la vita dei propri fratelli, e, infine, che ascolta la vita quotidiana del mondo e la figura di questo tempo come il grande terreno in cui far germinare la Parola. Dovremmo fermarci qui per molto tempo, per dire tutti i frutti di questa eredità del concilio. Qui è apparso evidente il senso della Parola di Dio detta in linguaggio umano, il carattere storico, salvifico e personale della rivelazione restituito della Dei Verbum. E che deve pervadere con il suo logos i nostri linguaggi di oggi. In tal modo la liturgia nella nostra lingua, in questa seconda eredità riceve un ampliamento di orizzonte insospettato. Non si tratta solo di pregare nella nostra lingua, ma di far risuonare la Parola di Dio fatta carne nei nostri linguaggi di oggi.
 Come è possibile dire questo in modo sintetico? Si potrebbe riprendere il senso di un annuncio cristiano (primo annuncio, catechesi, riflessione teologica) che sia veramente irrorato dalla Parola, senza biblicismi, ma anche moralismi o dogmatismi. Qui vi indico solo una via più semplice. Vi invito a leggere forse il testo più breve e più folgorante scritto da Martini su questo, la sua strategia pastorale della Parola: Cento parole di comunione. «Questa Parola non è semplicemente qualcosa di estrinseco, di aggiunto all’uomo, qualcosa di cui l’uomo possa fare anche a meno. Terreno e seme sono stati creati l’uno per l’altro. Non ha senso pensare al seme senza una sua relazione con il terreno. E quest’ultimo senza il seme è deserto inabitabile. Fuori della metafora: l’uomo così come noi lo conosciamo, se taglia ogni sua relazione con la Parola diviene steppa arida, torre di Babele». È nata una nuova generazione di credenti amanti della Parola, che non smette di alimentarsi al suo fresco linguaggio; ho visto con grande umiltà molti  cristiani, che erano a digiuno di ogni accostamento alla Parola, riprendere in mano il Libro dei libri: religiose audiens.
 Non si può perdere tutto questo enorme patrimonio. L’apertura dei preziosi tesori della Parola, soprattutto nella pratica della lectio divina, stimola a un nuovo sguardo anche sulla vita umana: a leggerla e a viverla come un racconto con il racconto della storia di Dio con gli uomini. E soprattutto decentra la Chiesa verso il centro vivo del Vangelo, che è la persona di Cristo, dischiudendo agli uomini una nuova prospettiva sulla vita umana. In tal modo quella lingua che attraverso la liturgia ha aperto al contatto vivo col mistero della Pasqua, si alimenta alla rete di significati, di immagini e di incontri che sono mediati dalla Parola letta nella e con la Chiesa.
 La scelta pratica del concilio di far pregare nella propria lingua si è rivelata e si manifesterà sempre più di grande importanza: forse lo “stile pastorale del concilio” delinea qui il suo arco più importante. Dalla liturgia pregata all’ascolto della parola, dal luogo ecclesiale alla destinazione agli uomini, lo “stile del concilio” deve far accadere sempre più l’insondabile incontro tra il mistero santo di Dio e la liberta degli uomini. Tutte le altre discussioni sull’ermeneutica del concilio, pur sante e giuste, corrono il rischio di essere stucchevoli e fuorvianti. Le Costituzioni restano aperte a dire l’“im-pensato” e l’“impraticato” del concilio. Per questo il concilio dà ancora da pensare e da fare. Poi, pero, bisognerà attuare la cosa più importante: fare del concilio un atto di tradizione vivente.
____________
*Vescovo di Novara
 
(©L'Osservatore Romano 25 luglio 2013)
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