Ciò che allo sguardo umano non appare
La presenza di Cristo nei sacramenti
di INOS BIFFI
La trascendenza di Dio — che eccede ogni nostra possibilità di comprensione — ci lascia colmi di silenzioso e ammirato stupore. E d’altra parte, che sia assolutamente impossibile raggiungere Dio è ovvio: essendo per sua natura infinito ed eterno, egli sfugge a qualsiasi presa umana.
A non essere, invece, altrettanto ovvia e quindi a suscitare uno stupore molto più grande è però la sua vicinanza. Colui che oltrepassa senza misura ogni rappresentazione e che nessun concetto può racchiudere e circoscrivere ci appare in realtà il più intimamente e radicalmente vicino. Noi non “comprendiamo” e non possediamo Dio, ma Dio “comprende” e possiede noi. Se ci siamo è perché Lui c’è e noi siamo inclusi in lui; è perché ci ritroviamo nel suo stesso Essere o nel suo abbraccio, che ci chiama all’esistenza.
Prima che ci sia possibile volgere un qualche sguardo su Dio, o prima che incominciamo a cercarlo, lui ci ha già guardati, ci ha già cercati. Ed è il significato della creazione dal nulla o meglio a partire dal suo Essere. La creazione è la prima accondiscendenza di Dio verso di noi.
Si riflette poco su questo argomento, che nondimeno offre già le ragioni e l’impulso per una esperienza mistica “naturale”, se così possiamo chiamarla. Alla constatazione che per puro, gratuito, amore Dio ha vinto il nostro assoluto e nativo non essere e ci ha fatto salire all’essere, che a lui solo appartiene, è normale che ci si senta pervasi da un ineffabile senso di meraviglia e smarrimento, di emozione e lacerazione, di rapimento e turbamento, di esuberanza e assenza.
E, tuttavia, la vicinanza che oltrepassa ogni nostra attesa e immaginazione è un’altra: è quella che si avvera quando il Figlio di Dio si fa carne e si attenda sorprendentemente in mezzo a noi (Giovanni, 1, 14); quando Colui che è «nella condizione di Dio», giunge all’estremo della comunione con l’uomo assumendo la condizione di servo e umiliando se stesso fino alla morte di croce (Filippesi, 2, 6). La creazione, allora, diventa redenzione, la vicissitudine umana una vicissitudine divina e le nostre situazioni terrene situazioni divine. Dio sperimenta le nostre circostanze, si ritrova nei tempi e negli spazi umani.
Ma qui vorrei fissare l’attenzione sulla forma di presenza del Figlio di Dio nelle circostanze sacramentali, dove in certo modo l’incarnazione irraggia e si estende, e la grazia della salvezza si insinua nelle pieghe della materia di cui sono plasmati i segni sacramentali. Non che la grazia si trovi quasi materializzata o imprigionata nell’acqua o nell’olio, nel pane o nel vino, nei gesti delle mani o nei suoni delle parole. Piuttosto il contrario. È Gesù, il Signore, che assumendo i segni nella sua «potestà regale», nella sua dimensione gloriosa, li trasfigura con la sua onnipotente parola e li rende strumenti visibili ed efficaci della sua azione invisibile.
Allora, quello che ci è più prossimo e più consono, quello di cui siamo sostanzialmente intessuti e in cui siamo immersi — il mondo materiale — senza che nulla risalti e si imponga all’esterno, diviene come mediazione e transito salvifici.
A impressionare è certamente l’impercepibilità assoluta di questa presenza sacramentale di Cristo, sottratta a qualsiasi sensibile ravvisabilità. Soltanto degli elementi materiali possono essere rilevati, mentre il loro senso inatteso e singolare, la loro attuale significazione, sono proclamati e operati dalla forma — cioè dalla Parola di Cristo — in virtù della quale, pur rimanendo esteriormente immodificati, essi ricevono un’intenzione e un’efficacia nuove. Per cui, assumendo il pane e il vino consacrati, mangiamo il Corpo e beviamo il Sangue del Signore, vero cibo e vera bevanda (Giovanni, 6,55); immergendoci nell’acqua battesimale, siamo fatti partecipi della morte di Cristo, della sua sepoltura e della sua risurrezione (Colossesi, 2,12; Romani, 6, 4); a loro volta, le unzioni con l’olio consacrato sono tramite dell’abbondanza dello Spirito e del sacerdozio.
La vicinanza di Dio non potrebbe essere più prossima e più disponibile e la sua modalità più consueta. Sappiamo senza dubbio che anche un granello di polvere ha in sé la presenza di Dio che lo sostiene perché non precipiti nel nulla nativo da cui proviene. Ma nel tempo e nello spazio dei gesti sacramentali, nella rete della materia che li intreccia, opera Cristo risuscitato, che elargisce la grazia della redenzione.
Certamente, per accogliere questa presenza e per accedervi, è necessaria la fede, per la quale più veramente conta ciò che lo stesso Figlio di Dio assicura e garantisce. Il credente vede con gli occhi di Gesù risuscitato. Ecco perché nei sacramenti giunge a discoprire e a raggiungere quello che allo sguardo umano non appare.
(©L'Osservatore Romano 19 gennaio 2014)
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