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DIMORARE IN DIO

Troppa luce

22 Gennaio 2014 , Scritto da DimorareinDio Con tag #Varie

Quando Dio irrompe nella vita di un uomo
 
di GIANFRANCO RAVASI
 
«Ogni volta che sento squillare il telefono, corro con la speranza, ogni volta delusa, che possa essere Dio a telefonarmi o almeno uno dei suoi angeli di segreteria». Così rispondeva con candore e ironia Ionesco a un giornalista che lo interrogava sul suo rapporto con la fede. D’altronde, negli ultimi anni della sua vita egli si era lasciato conquistare dai temi religiosi, al punto tale che uno storico francese suo amico mi confessava che, quando entrava nella biblioteca del celebre drammaturgo, gli sembrava di essere nella stanza più di un teologo o mistico che non di un letterato. In un suo saggio su Kafka aveva scritto: «Tagliato fuori dalle sue radici religiose e trascendenti, l’uomo è perduto, tutte le sue azioni diventano senza senso, assurde, inutili». L’ultima riga che egli scrisse nel suo diario il giorno prima della morte suonava così: «Pregare. Non so Chi. Spero Gesù Cristo».
 Abbiamo voluto introdurre questa sorprendente testimonianza di colui che è considerato come l’artefice principe del “teatro dell’assurdo” per far balenare qualche aspetto di un binomio capitale nel discorso sulla fede, quello che la unisce alla grazia divina la  chàris paolina che è anche caritas, amore. Dio irrompe segretamente o epifanicamente nella vita anche di coloro che non lo cercano: è ciò che accadde all’apostolo Paolo sulla via di Damasco, allorché, come egli confessava, «fu impugnato, conquistato» da Cristo (Filippesi, 3, 12). Dietro lui una lunga scia di convertiti hanno spesso ripetuto la stessa confessione, come ad esempio lo scrittore francese François-René de Chateaubriand che nel suo Génie du christianisme descriveva quell’esperienza con due soli verbi: J’ai pleuré et j’ai cru, ho pianto e ho creduto.
 È evidente che — proprio perché la creatura umana non è riducibile a un essere inanimato e regolato solo da leggi meccaniche — accanto al tema della grazia dovrà essere collocato in dittico necessario il tema della libertà. Grazia divina e adesione libera umana costituiscono il cuore della fede. Noi ora, seguendo in modo libero la ricerca della cultura attorno al primo polo, quello appunto della grazia e della teofania, introdurremo subito una forte e intensa testimonianza. Simone Weil, di famiglia ebraica francese, avvicinatasi al socialismo militante, morta a 34 anni nel 1943 per tubercolosi in Inghilterra, fu conquistata dal cristianesimo, anche se non abbandonò mai la fede dei suoi padri. In una delle sue opere più intense a livello teologico-mistico, L’attesa di Dio (1950), coglie in modo suggestivo il primato dell’azione divina nel credere. Scrive infatti: «Ci sono individui che cercano di elevare la loro anima come un uomo che salti continuamente a piedi uniti, nella speranza che a forza di saltare sempre più in alto, un giorno, invece di ricadere, riuscirà a salire fino in cielo (...) Noi non possiamo da soli fare passi verso il cielo. Ma se guardiamo a lungo il cielo, Dio discende e ci rapisce facilmente. Come dice Eschilo, ciò che è divino è senza sforzo». È questa una bella parabola della grazia (a cui, tra l’altro, la Weil aveva dedicato già un’altra opera importante, L’ombra e la grazia del 1947). È anche una rappresentazione simbolica del centro stesso del pensiero paolino nel quale domina l’“essere salvati” rispetto al “salvarsi”.
 Il centro operante della salvezza è Dio, non l’uomo. Certo, il creatore non violenta la libertà della sua creatura, ma invano salteremmo verso l’alto se non ci fosse quella mano che ci afferra e che dobbiamo afferrare. Continuava Simone: «I beni più preziosi non devono essere cercati, ma attesi. L’uomo, infatti, non può trovarli con le sue sole forze e se si mette a cercarli, troverà al loro posto dei falsi beni di cui non saprà neppure riconoscere la falsità».
 Credere è appunto sperare il dono della salvezza, quella “vita eterna” che significa la stessa vita divina, un dono che non può essere creato o conquistato con le proprie mani. Se ti affidi a Dio, tu sei tratto verso l’infinito, la pienezza, l’oltre te stesso. La fede è apertura verso l’eterno, è simile a braccia levate che attendono di essere attirate a sé da Dio. È bella un’espressione dei Miserabili di Victor Hugo: «Ci sono momenti in cui, quale che sia l’atteggiamento esteriore del corpo, l’anima è in gi- nocchio». È l’istante dell’adorazione interiore che vede in Dio la sorgente ultima di attrazione vitale, di salvezza, di liberazione.
 In questo stato si compie per analogia una delle folgoranti Massime e riflessioni di Goethe: «La felicità suprema del pensatore è sondare il sondabile e venerare in pace l’insondabile». È, questa, anche l’attitudine del credente. La via della ragione non è esclusa, anzi, si spalanca verso grandi orizzonti “sondabili” nei quali si scoprono sempre nuovi ambiti e meraviglie. Ma giunge il momento in cui il mistero si fa troppo luminoso e su quella frontiera l’uomo attende la rivelazione che rende accessibile l’insondabile in una sorta di bagliore. È il tempo dell’adorazione, che è la fede: non un semplice chiudere gli occhi ma ricevere una nuova vista, mentre si è condotti per mano verso gli altri orizzonti, quelli “insondabili” alla ragione. Alexandre Dumas padre esortava così il discepolo: «Comincia ad ammirare ciò che Dio ti mostra. Non avrai tempo di cercare ciò che ti nasconde». In realtà, la grazia ti guida anche dietro il velo, come si è proposto di fare lo stesso Cristo secondo le parole finali del prologo del quarto Vangelo: «Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (1, 18).
 
(©L'Osservatore Romano 23 gennaio 2014)
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