"Non è qui, è risorto!"
Il mistero della pasqua si manifesta prima di tutto attraverso un’assenza: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto» (Gv 20,13); «È risorto, non è qui» (Mc 16,6). La pasqua sconvolge la nostra pretesa di afferrare, di collocare, di “trattenere” («Non mi trattenere...»: Gv 20,17), e di applicare così alle persone quel desiderio di possesso che ci fa intrattenere un rapporto, in definitiva malato, anche con le cose.
NON È QUI
Gesù risorto, o per meglio dire il Gesù della pasqua, è il Signore che non può essere trattenuto. Non era possibile trattenerlo o ostacolarlo nel suo incamminarsi deciso, «a muso duro»,1 verso la sua passione; la pretesa di Pietro di metterglisi davanti per impedirgli questo cammino – questa pretesa “satanica”, l’unica risposta alla quale può essere che Pietro si rimetta al suo posto, cioè dietro a Gesù, dove deve stare il discepolo (cf. Mc 8,31-33) – era inaccettabile, e non poteva impedire a Gesù di fare fino in fondo il suo cammino.
A maggior ragione ora, dopo i giorni terribili del Golgota, non si può pretendere di trovare Gesù dove si vorrebbe, secondo il nostro corto giudizio; la pasqua rivela la signoria “incontrollabile” di colui che si è fatto obbediente sino alla morte e alla morte di croce (cf. Fil 2,8). Proprio perché è il Signore, costituito tale nella risurrezione dai morti (cf. Rm 10,9-10), il Risorto non è semplicemente «a nostra disposizione». Il problema non riguardava dunque soltanto le donne che, il mattino di pasqua, ne cercavano il corpo deposto nel sepolcro, ma riguarda ogni pretesa di fissare una presenza del Risorto, soprattutto se questo atteggiamento presume di diventare esclusivo, di controllare dove egli sia o cosa egli faccia.
Il linguaggio della fede dà un giusto rilievo, soprattutto nell’ambito della liturgia, alle modalità della presenza di Cristo nella vita della comunità dei credenti – «Cristo è realmente presente nell’assemblea riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua Parola e, in modo sostanziale e permanente, sotto le specie eucaristiche»2 – ma ciò non dovrebbe far dimenticare la libertà del Risorto di manifestarsi come e quando vuole: alle “colonne”, come Cefa e gli altri Undici o Giacomo (cf. 1Cor 15,5.7), ma anche a «più di cinquecento altri fratelli in una sola volta» (cf. ivi, 6), anche se null’altro sappiamo di questa manifestazione; e persino al persecutore della Chiesa, all’«infimo degli apostoli», cioè a Paolo (cf. ivi, vv. 8-9); per non dire degli incontri con le donne, con i due di Emmaus...
E proprio quest’ultimo caso ci ricorda anche la libertà del Risorto di sottrarsi agli sguardi dei discepoli, di modo che la sua presenza è sempre anche mediata dalla sua “assenza” – nonché, s’intende, dalla sua Parola e dai santi segni che lui stesso ci ha lasciato. Se la morte non lo ha potuto tenere prigioniero, a maggior ragione non può pensare di imprigionarlo chi crede in lui e proprio in virtù di questa fede – e non con una pretesa di controllo e possesso – può vivere l’incontro con lui.
IL VIVENTE, IL VENIENTE
La fede e le pratiche di vita della Chiesa e dei credenti devono poter attestare anche questo non-possesso a riguardo del Cristo risorto che pure ne fonda la vita e che continuamente, con il dono pasquale dello Spirito, la rende possibile.
«Voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio», ricorda Paolo, scrivendo ai Corinzi (cf. 1Cor 3,23). Noi possiamo dire che siamo suoi, balbettando così il fatto che egli ci ha amato e ha dato se stesso per noi (cf. Gal 2,20), e che proprio il Risorto, che non si lascia trattenere, chiama “fratelli” i suoi discepoli (cf. Gv 20,17): ma non potremo certo dire che Cristo è “nostro” come una proprietà, e meno ancora una proprietà esclusiva, di cui disporre a nostra discrezione.
La pasqua proclama, invece, che «Cristo risorto dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì al peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio» (Rm 6,10). In altre parole, la pasqua mostra pienamente che Cristo “appartiene” al Padre: lo mostra e lo sigilla, non come una novità, ma perché il mistero pasquale nel suo insieme non fa che confermare e ribadire il fatto che tutta l’esistenza di Gesù non è stata altro che questo, un «vivere per Dio» attestato in ogni singolo gesto, in ogni parola, in ogni atteggiamento, nell’oscurità di Nazaret come nei giorni del ministero itinerante della Galilea, nelle parole alle folle e ai discepoli come nelle notti passate in preghiera, nella salute donata ai malati come nelle traversate del lago o nel cammino sui sentieri assolati della sua terra...
In tutto questo, egli è sempre stato Colui che viveva “del” e “per” il Padre: e la pasqua pone il sigillo su tutto questo, come realizzazione nel compimento, nella «pienezza» (cf. Gv 13,1; 19,30), di tutto il cammino del Figlio nella nostra condizione umana e a nostro favore.
La libertà radicale del Figlio risorto, la sua signoria (quello di Kyrios, “Signore”, è verosimilmente uno degli appellativi più antichi, che la fede cristiana riferisce a Gesù, e precisamente in quanto risorto dai morti), è conseguenza e manifestazione del suo “vivere per”. Quella della “proesistenza” è la prospettiva e l’orientamento di tutta la vita di Cristo, ma non viene meno, per il fatto che finisce la sua presenza visibile in questo nostro mondo. Al contrario, la pasqua determina il “consolidamento eterno” di questa condizione: il Risorto è precisamente, e per sempre, Colui che nella sua umanità gloriosa “vive per” Dio, ossia di lui e in piena dedizione a lui. Per questo egli è il Vivente (cf. Lc 24,23; Ap 1,18) per eccellenza, Vivente “con” il Padre e “per” il Padre, nella potenza del suo santo Spirito.
Nella fede, il cristiano capisce allora la verità di quella parola sorprendente, che Gesù aveva detto ai discepoli: «È bene per voi che io me ne vada...» (cf. Gv 16,7): solo così, infatti, il Signore risorto può essere accolto come Colui che viene. Perché egli, semplicemente, “viene”: «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”» (Gv 20,19). E di nuovo, come sappiamo, «otto giorni dopo, i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”» (20,26).
Il quarto vangelo ha questo modo, semplice e insieme profondo, di indicare il giusto rapporto tra il Signore risorto e i suoi discepoli: nei giorni “privilegiati” delle sue manifestazioni pasquali, ma anche nella vita della Chiesa dei secoli a venire. «Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù» (Gv 21,4). «Non è qui», non è dove lo cerca la nostra vista corta, il nostro desiderio di breve respiro: ma in realtà era già lì, forse da prima dell’alba, solo che non ce ne eravamo accorti, non ci lasciavamo raggiungere dalle sorprese di Dio – quelle sorprese che papa Francesco ama così tanto ricordarci.
Eppure, Gesù risorto è precisa- mente il culmine del volto sorprendente di Dio: credevi che la tomba fosse il punto d’arrivo della sua esistenza, la fine delle speranze sigillata da un masso inamovibile, e ti accorgi che la pietra «benché molto grande» (cf. Mc 16,4) è già stata rotolata via, senza che tu abbia avuto bisogno di fare il minimo sforzo al riguardo; e che da quella tomba sgorga un nuovo inizio, al di là del tuo fallimento («Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”»: ivi, v. 7); non ti accorgi di lui, ma in realtà egli ha già accompagnato da un pezzo la tua strada e ha già parlato al tuo cuore, come ai due sulla via di Emmaus (cf. Lc 24,13-35); vivi chiuso in casa «per timore dei giudei» (e quale immagine migliore potremmo escogitare, per dire di una «Chiesa autoreferenziale»?), ma lui non si lascia certo fermare dalle tue porte chiuse, e dal di dentro le spalanca con il soffio del suo Spirito (cf. Gv 20,22); sta sulla riva del lago da prima che tu te ne accorga, finché non ti rendi conto che lui è lì e che è capace di riempire le tue reti e di richiamarti dai tuoi tradimenti (cf. Gv 21); ti aspetti che, tornato vincitore dai morti, finalmente sgomini l’oppressore e instauri un regno a tua misura, perfettamente rispondente alle tue vedute limitate («Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?»: At 1,6), ma lui ancora una volta ti sfugge, si sottrae al tuo sguardo miope – ma non senza averti affidato un compito che appare gigantesco, sproporzionato: «e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (ivi, vv. 8-9.).
ANDATE
La pasqua si apre con il desiderio delle donne di onorare il corpo dell’amico e del Maestro, ma imbalsamandolo dentro a una tomba; e si chiude – ma evidentemente l’espressione è del tutto inadeguata – con una missione, anzi con la missione. Si chiude, o meglio si compie, in un corpo glorificato e “mobile”, sottratto alla pesantezza e ai legami che, come le bende di Lazzaro, ci tengono ancora troppo prigionieri di prospettive anguste; le bende che hanno avvolto il corpo del Crocifisso sono ormai appoggiate da una parte, inutili (cf. Gv 20,5-6), dal momento in cui lo Spirito della vita lo trasfigura completamente.
Ma lo Spirito, dono del Risorto, conferisce “mobilità” anche al corpo ecclesiale di Cristo: a quella comunità di discepoli che, in grazia dello Spirito che il Signore le dona, ormai non può più rimanere chiusa, piangente sui propri fallimenti o paralizzata dalle proprie paure. È noto che pressoché tutte le scene di incontro del Risorto con i suoi approdano alla missione; ma anche l’annuncio pasquale in quanto tale contiene in germe la missione, a partire da Marco. Il primo evangelista non esplicita questo tema, indubbiamente: ma è molto chiaro che per lui discepolo e missionario non sono due realtà diverse – andare dietro a Gesù e diventare «pescatori di uomini» (cf. Mc 1,16-17) sono aspetti inscindibili dell’unica sequela – sicché, se «in Galilea» i discepoli potranno incontrare il Risorto e riprendere il loro cammino di discepoli, è chiaro che riprenderà anche la loro missione.
Nei racconti degli altri evangelisti, la cosa è in ogni modo esplicita. Se il Risorto «non è qui», è perché neppure il discepolo può essere «qui», ossia bloccato sui propri timori o sui propri calcoli a breve raggio. La tomba vuota non è una meta di dolenti pellegrinaggi o di tristi rimpianti («Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele...»: Lc 24,21); non è punto di arrivo, ma di partenza.
«Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro...» (Mc 16,7); «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto”» (Mt 28,7); «Va’ dai miei fratelli...» (Gv 20,17). Così alle donne, prime annunciatrici, prime missionarie, le prime ad annunciare (inascoltate) «tutto questo agli Undici e a tutti gli altri» (cf. Lc 24,9). Poi toccherà al Risorto stesso, superata (e rimproverata) l’incredulità e la durezza di cuore dei discepoli (cf. Mc 16,14), di fare di loro gli inviati dell’Inviato (cf. Gv 20,21), disseminati sulle strade del mondo per raccogliere il frutto di quanto il Signore stesso aveva seminato per loro (cf. Gv 4,35-38), offrendo se stesso come buon seme per la vita del mondo (cf. Gv 12,24-25).
Se mai la Chiesa dovesse cadere ammalata «per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» (Evangelii gaudium 49), chi la può veramente curare è il Signore Gesù risorto dai morti: proprio perché «non è qui», non è misurato dalla «paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione» (cf. ivi), Egli può tirare a sé la sua Chiesa e rimetterla sulla strada giusta, anche se accidentata: quella sulla quale lui stesso ascolta le speranze dell’uomo e le dilata alla misura del Dio che ha vinto la morte e «ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo» (2Tm 1,10).
Daniele Gianotti
(da SETTIMANA, Attualità pastorale, ©Edizioni Dehoniane Bologna, n. 15 del 13 aprile 2014, pp. 1 e 16)
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