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DIMORARE IN DIO

Ascolto e visione

4 Maggio 2014 , Scritto da DimorareinDio Con tag #Riflessioni teologiche

Tra i cinque sensi sono forse la vista e l’udito a caratterizzarci di più. Di entrambi abbiamo infatti un gran bisogno: chi nasce cieco ode è vero il suono della musica e delle parole ma per il resto è immerso nella più fitta tenebra; e così chi nasce sordo, non udendo nulla, rischia anche di restare muto, non riuscendo a comprendere le modulazioni da dare alla propria voce. Gesù, il Salvatore, forse per questo fu conosciuto come colui che donava la vista ai ciechi, l’udito ai sordi e la parola ai muti (cf Mt 21,14; Mc 7,37).

Quando si ha a che fare con il Dio di Israele, se a prevalere è l’esperienza dell’ascolto è forse perché per ora non può fare di più per rivelarsi a noi. Per adesso altro non abbiamo, infatti, che la sua Parola. “Il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole, ma non vedevate alcuna figura: vi era soltanto una voce” (Dt 4,12). Perciò l’imperativo da cui sorge l’alleanza tra Dio e il suo popolo è: “Ascolta, Israele” (Dt 6,4). Ma ascoltare senza vedere si può soltanto se si ha fede. La vita di fede d’Israele, non si svolge attorno a dei dogmi di verità da credere, ma di fronte a una Parola alla quale ci si inchina porgendo l’orecchio, in modo che quanto Dio ha da dirci ci si “fissi nel cuore”, al punto da poterlo a nostra volta ripetere in ogni occasione che c’è data: in casa, per strada, da quando ci alziamo a quando andiamo a dormire, davanti ai nostri “figli” in particolare (cf Dt 6,6-9). E ciò resta vero anche per noi oggi.

Se è vero che la vita dei giusti si può riassumere nell’osservanza dei due principali comandamenti, quello di amare Dio e quello di amare il prossimo, si sappia che in entrambi si deve iniziare dall’ascolto di quel che hanno da dirci non solo Dio ma anche il prossimo. Chi non ascolta non può amare, perché amare è ascoltare l’altro in quel che ha da chiederci nel bisogno. Quando qualcuno ci dice: “Ascoltami!” e noi restiamo indifferenti non poniamo le basi per amare. Ricchissima è l’esperienza del parlare, ma più preziosa ancora è quella dell’ascoltare: è dall’ascolto paziente che inizia ogni significativa possibilità di parlare al momento giusto.

In un mondo come il nostro dove nessuno ha più tempo di ascoltare proprio la persona che si trova accanto, preso com’è dalla smania di conoscere tutto ciò che è nuovo illudendosi di trovarlo nelle chiacchiere e nelle immagini scaraventate a raffica nella “rete”, tutto sarà pian piano invaso dall’indifferenza e dalla menzogna, dallo scoppiettio di un narcisistico quanto astratto apparire fine a se stesso, dove tutti parlano senza essere ascoltati e senza avere nulla da dire.

Nemico vero dell’ascolto, specie quando si tratta della Parola di Dio, è la pretesa di sapere già quel che ha da dirci ancor prima di averla ascoltata, mentre ascolto vero si dà soltanto se si è disponibili ad accogliere l’imprevisto, il mai pensato prima, persino disposti a cambiare idea se occorre. E può persino accadere che il rifiuto della Parola comporti non solo la sconfitta di noi che ascoltiamo senza comprendere, ma persino quella di Dio al quale sbattiamo la nostra porta in faccia mentre si era rivolto a noi con gran desiderio d’essere ascoltato. Se Dio parla e noi non ascoltiamo, Dio soffre: questo non altro è il dramma del Dio d’Israele, del Dio di Gesù Cristo. Dramma che è in qualche modo vissuto anche da ogni padre davanti al figlio che non l’ascolta.

 “La fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo” (Rm 10,13-17). E questo non andando a una specifica scuola o a seguito di chissà quali direttive ecclesiastiche e pastorali, ma nel normale quotidiano esistere all’interno della comunità credente. Per credere si parte dalla vita e dalle parole di testimoni credibili che parlano di un Dio che amano, ascoltando una Parola che hanno profondamente accolto come vera. Il testimone è uno di fronte al quale si è portati a dire: come faccio a non credere ciò in cui egli crede? Il testimone non trasmette ciò in cui crede con smancerie fanatiche, ma vivendolo con coerenza, illuminando con la sua bontà e il suo esempio chi gli sta intorno. Le cose di Dio udite si comprendono solo se le si ama e le si ama solo perché prima abbiamo conosciuto qualcuno che le ha amate, e annunciate con la sua vita, qualcuno che potrebbe averci anche soltanto guardato negli occhi in un certo modo e accarezzato con la mano in un momento di bisogno.

Tutto può dipendere dall’ascolto, e il problema vero sta nel modo con cui ascoltiamo le parole e accogliamo i fatti. “Fate attenzione dunque a come ascoltate – dice Gesù – perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere” (Lc 8,18). Il vero ascolto necessita di massima attenzione, come quella di un bambino che ci ascolta a occhi spalancati e bocca aperta. E quando si tratta di Dio, l’effetto può essere straordinario e soprannaturale, perché attraverso la nostra fede e il nostro libero ascolto, Dio potrebbe tutto, esattamente come non può nulla quando liberamente rifiutiamo di ascoltarlo. A chi ascolta “con attenzione e amore” – dice Simone Weil - Dio lo “ricompensa esercitando sull’anima una costrizione esattamente proporzionale all’attenzione e all’amore”, in modo che alla fine egli è nella possibilità di “compiere solo ciò a cui si è irresistibilmente spinti da questa costrizione” al punto da essere alla fine come costretto “ad astenersi da ogni azione” che non venga da tale costrizione, dalla quale dovrà lasciarci prosciugare di ogni pensiero ed energia, nella più completa e libera obbedienza (Quaderni, II). Solo così l’uomo, toccando in profondità il suo essere “servo inutile” (cf Lc 17,10), ascolta, accoglie e attende il suo Dio il quale, a sua volta, solo attraverso di lui che ascolta e crede può compiere quel che desidera.

Fondamento di tutto è l’amore con cui Dio ci ama e ci chiama ad ascoltarlo. Solo chi lo ama infatti l’ascolta e solo chi l’ascolta anche lo ama “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,5). E chi davvero ascolta con amore, è in grado di percepire con una certa audacia persino il non detto, ciò che abita nascosto dietro quanto ci viene detto e che può a volte persino essere più vero e prezioso della parola espressa; un ‘non detto’ che riguarda ciò che non può esserci ancora detto e che trova tutto il suo senso nel risvegliare e mantenere in noi il desiderio e l’attesa del giorno in cui potrà davvero esserci detto. Un ‘non detto’ che Dio stesso non vede l’ora di dirci e dircelo a ognuno in modo unico e irripetibile come noi siamo unici e irripetibili e che perciò quel che deve esserci ancora detto cadrebbe nella sordità del nulla se non fossimo personalmente noi ad ascoltarlo e accoglierlo, lasciando così per quel tratto orfana la Parola, in eterno, la Parola viva del Signore incarnato, quella che solo attraverso il nostro desiderio e ascolto avrebbe potuto vivere e crescere, come intuì Gregorio Magno.

L’ascolto della Parola esige obbedienza di fede, e l’ob-audire latino come l’hypo-akùein greco, hanno questo medesimo significato: ascoltare ciò che sta oltre e che ci è ancora nascosto al cuore e agli occhi. È l’obbedienza della fede che spinge il credente a sondare con passione gli abissi della Parola per giungere non solo al cuore della verità e del mistero, ma per attendere quel che resta da vedere, per donare gioia a Dio che ci parla, per credere e amare quel che dice e promette. Ne è traccia e segno potente quel che troviamo scritto nel libro dell’Apocalisse al suo inizio, là dove leggiamo di Giovanni sorpreso dalla “voce che parlava” con lui e che, “appena voltato”, addirittura vide (sì vide più che ascoltare!) “una voce potente, come di tromba, che diceva: ‘ Quello che vedi scrivilo in un libro” (Ap 1,10-12). E Giovanni vedrà e scriverà, mentre a noi tocca soltanto leggere e ascoltare scritta la Parola da lui rivelata e che spinge anche noi ora al desiderio di vederla, di vedere Colui che continua a parlarci senza essere ancora visto. Ancora prima di averla compresa, di averla verificata, il credente con scatto deciso, dettato dalla fiducia che ha in essa, crede e obbedisce. Abramo partì senza comprendere né sapere. Perché? Perché aveva fiducia ed era obbediente alla Parola. “Il Vangelo sa molto bene – dice Kierkegaard – che non accade che un uomo prima comprende che è così come gli si dice e poi decide di obbedire incondizionatamente, ma al contrario obbedendo incondizionatamente arriva a comprendere che è come dice il Vangelo”. E però, per farsi obbedire, in Gesù Dio si è fatto umile e dolce, come uno che “ti prende quasi per mano, si comporta come il padre amorevole verso il suo bambino, e dice: ‘vieni, andiamo fuori dal giglio e dall’uccello’. E là continua: ‘osserva il giglio e l’uccello, abbandonati a questa visione, perditi in essa; non ne sei commosso?’” (Il giglio del campo e l’uccello del cielo). Essi non fanno domande, iniziano con l’obbedire totalmente affidandosi, ogni giorno qui e ora, fiduciosi che ciò di cui hanno bisogno di certo verrà (cf Mt 6,24-34).

La fede è l’incontro con Dio attraverso la Parola che ascoltiamo e il testimone che ce la rivela. Ma come nell’innamoramento nulla è mai fisso e scontato, e tutto è invece oscillante, in ricerca spasmodica del volto e della persona di cui si è fortemente innamorati. La fede non è “una polizza d’assicurazione – dice Heschel -; è uno sforzo costante, uno stare continuamente in ascolto della voce eterna”, consapevoli che “il bisogno che noi sentiamo di lui è solo l’eco del bisogno che egli ha di noi” (L’uomo non è solo).

Quando Mosè “prese il libro dell’alleanza e lo lesse”, il popolo che gli stava davanti disse: “Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto” (Es 24,7). Qui sembra esserci un impegno e una decisione a eseguire quanto viene prescritto ancora prima di avere prestato ascolto e compreso a fondo, anzi è come se solo attraverso quella decisione riuscissimo a porre le basi di un vero ascolto: è operando a testa bassa e senza vedere che la fede permette di sperare spingendo al cammino verso la terra promessa. La parte migliore è quella di Maria che ascolta non quella di Marta presa dal gran da fare (cf Lc 10,38-41), davvero necessario è l’ascolto della Parola perché di essa più che del pane c’è davvero bisogno per la salvezza nostra e del mondo.

Il Dio desideroso d’ascolto è uno che sta alla nostra porta e bussa, discreto. Non la butta giù, anche se avrebbe la forza per farlo, ma dà appena impercettibili colpetti, come impercettibile fu la voce di silenzio sottile con cui si rivelò a Elia; giusto per dirci: ‘c’è nessuno?’, stando poi lì un poco in silenzio ad aspettare. “Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta – dice -, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20-21). Ascoltare e credere è anche arrivare a percepire in qualche modo, cosa significhi accogliere Dio, il Creatore dei mondi, a cena.

E per quanto addormentati e distratti, “ognuno può svegliarsi in qualsiasi momento”, e ancora oggi - dice Gabriel Marcel - può capitare di trovarci alla “presenza di un essere nel quale risplende la fede vera”, una “fede che è una luce e che trasfigura colui che essa abita” (Riflessioni sulla fede). L’ascolto passa soprattutto attraverso la visione della luce che un testimone riesce a riflettere con la sua vita più che con le sue parole. Fede e ascolto inestricabilmente s’intrecciano: non si crede soltanto perché prima qualcuno ha parlato, ma anche si parla perché si è prima creduto (cf 2 Cor 4,13).

Il tempo compreso tra la risurrezione di Cristo e quello del suo ritorno è il tempo aperto alla salvezza di ogni creatura umana che si mette in ascolto, un tempo in cui i “testimoni” devono diffondere la fede attraverso il loro annuncio “fino ai confini della terra”. Cosa annuncia chi crede? che quel Gesù, che allora fu “assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui” i testimoni oculari di allora lo videro “andare in cielo” (At 1,7-11).

Daniele Garota

 
(dal mensile Koinonia, rubrica "Già e non ancora", numero di Aprile 2014, fonte: web)
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