Dio nelle piccole cose
Benché “tempo ordinario” non sia una traduzione del tutto appropriata dell’espressione latina tempus per annum, che qualifica il tempo liturgico che intercorre dal tempo di Natale alla quaresima e che poi si distende, in misura molto più ampia, dalla Pentecoste fino al termine dell’anno liturgico, vale la pena di mantenere il valore di questo aggettivo – “ordinario” – che qui assumiamo nel suo senso più comune, ordinario appunto, di ciò che non esce «dalla norma o dalla normalità, e quindi solito, consueto, comune, regolare» (Vocabolario Treccani).
La grazia dei “tempi forti” dell’anno liturgico merita certamente di essere accolta con gioia e gratitudine, e la memoria orante e sacramentale dei grandi eventi salvifici, che la Chiesa e ogni credente ripercorre contemplando la storia di Dio con il suo popolo, fino al culmine di Gesù Cristo, punta precisamente a strutturare e a sostenere l’intera vita del popolo di Dio e il cammino di ogni suo membro; non solo, ma permette di reperire nella fede una sorta di “grammatica” fondamentale della prossimità di Dio all’uomo, i cui criteri fondamentali chiedono di essere poi riconosciuti in ogni epoca e in ogni contingenza storica.
Del resto, la liturgia e la fede della Chiesa non smettono mai, neppure nel “tempo ordinario”, di richiamarsi a questi eventi, alle grandi tappe della storia salvifica, a partire dal fatto che ogni domenica è Pasqua: Pasqua della settimana, come dice il linguaggio della fede, Pasqua ricordata e celebrata di continuo, perché diventi sostanza della vita cristiana e del cammino della Chiesa, costantemente invitata da Dio all’esodo pasquale che essa compie nel suo Figlio, per la forza dello Spirito perennemente effuso, dentro al cammino dell’umanità e dell’intera creazione.
Ma non è cosa da poco che le parole e i gesti di Gesù, certo raccolti e compiuti nel compimento pasquale che abbiamo celebrato nelle settimane scorse, siano un invito costante e persino provocatorio a cercare Dio nell’ordinario: come se le grandi parole festive dell’avventura salvifica, quelle che siamo soliti scrivere con l’iniziale maiuscola – la Pasqua, appunto; o la Pentecoste, l’Incarnazione, il Natale, l’Epifania, la Trasfigurazione... – non potessero fare a meno delle parole più piccole, minuscole, feriali: quasi gli elementi base di una grammatica “semplice”, ma senza i quali è impossibile costruire le frasi più complesse, che si propongono di raccontare l’indicibile mistero di grazia con il quale Dio ci ha benedetti e continuamente ci benedice in Cristo.
DIO NELLA "NORMALITÀ"
E se c’è qualcuno che può insegnare ai credenti come imparare a incontrare Dio nell’ordinario, questi è prima di tutto e insuperabilmente Gesù, in particolare il Gesù dei vangeli sinottici. È da lui che possiamo ricevere quello sguardo che impara a vedere Dio nella “normalità” della vita: ciò che, tra l’altro, è condizione fondamentale per non creare compartimenti stagni: da un lato, per dire, quelli nei quali Dio può essere ospitato e trovarsi a casa; a patto, però, che stia lontano da quei settori con i quali egli non ha propriamente a che fare, e nei quali non si deve intromettere.
I soldi, per dire: persino quando li usiamo male, anzi, paradossalmente, soprattutto quando li usiamo male, sembrano accendere lo sguardo di Gesù, che si illumina di ciò che egli vede fare dal Padre. Il padrone che tratta ingiustamente i suoi operai, pagando allo stesso modo chi ha lavorato otto ore sotto il sole e chi ha faticato soltanto per uno spicchio di giornata (cf. Mt 20,1-16)? Ci vuole Gesù, per scorgere in questa ingiustizia umana la spia di una “giustizia” di altro ordine, che vuole la vita e la salvezza degli ultimi come dei primi.
O ancora l’amministratore disonesto, che aggiunge alla sua conclamata disonestà un sotterfugio per accattivarsi l’amicizia e la riconoscenza dei debitori del suo padrone (cf. Lc 16,1-8): solo Gesù prenderebbe un tangentista o un corrotto, a esempio di quella scaltrezza che si trova così di frequente nei “figli delle tenebre” quando si danno ai loro affari, ma che è merce assai più rara nei “figli della luce” quando dovrebbero rispondere alla venuta del Regno... Ma forse non c’è bisogno nemmeno di scaltrezza, ossia di un fiuto particolare per il denaro: basterebbe – osserva ancora Gesù – la saggezza, il buon senso di chi, prima di lanciarsi in un’impresa spericolata, fa i conti se ha i mezzi per portarla a compimento (cf. Lc 28,14-33).
IL LINGUAGGIO DEL CREATO. Per chi, come Gesù, è abbagliato dalla luce del Padre, e del Regno che egli fa venire in mezzo agli uomini, e non ha altro desiderio e compiacenza se non di servire questo desiderio, facendolo totalmente suo, ogni cosa è eloquente, anche la più ordinaria: la crescita dei fiori in un campo (cf. Mt 6,28), ma anche quella del grano o delle erbacce (cf. tutto il c. 13); il cielo rosso del tramonto (cf. 16,1-4), le nuvole, il sole o la pioggia che riscaldano o irrorano i buoni come i cattivi (4,45; cf. Lc 12,54-55); i venti e le tempeste che mettono a rischio una costruzione poco solida (Mt 7,24-27); le umili cose della vita e del paesaggio quotidiano degli uomini e donne del suo tempo, dalla lucerna al sale (5,13-14) e al lievito (13,33), dalle spine ai sassi (13,5-7), dalla pagliuzza alla trave (7,3-5), dalla porta (7,13) al bicchiere (10,42)... è vastissimo l’inventario delle cose che passano sotto gli occhi di Gesù e nelle quali egli contempla l’opera del Padre e la risposta variegata degli uomini.
Gesù osserva le cose e molto altro, ad esempio, gli animali: contempla gli uccelli del cielo che si fanno i nidi tra le fronde degli alberi e beccano i semi caduti per nutrire sé e i piccoli (8,20; 13,4.32); scorge attraverso di essi la premura del Padre per ogni creatura, anche per la più insignificante (6,26; 10,29); capisce l’attenzione molto terra terra di abbeverare il bue o l’asino, o di tirarli fuori da una buca, anche in giorno di sabato (cf. Lc 13,15; 14,5; Mt 12,11), apre uno squarcio sulla compassione di Dio per i suoi figli; nella preoccupazione del pastore che non si rassegna a perdere una sola pecora – come in quella della donna che spazza la casa per ritrovare una sola moneta, perché l’una e l’altro non vivono come noi nella società dell’opulenza e dello scarto, ma devono “contabilizzare” anche il bene più piccolo – il maestro di Nazaret scorge tutto il cuore di un Dio che non si rassegna alla perdita di nessuno dei suoi “piccoli” (cf. Mt 18,12-14; Lc 15,4-10). Anche gli animali selvatici che si costruiscono le loro tane (Mt 8,20), o i cani e i porci che si avventano ingordamente sul cibo (7,6) hanno qualcosa da dire: e lo impara persino l’arguta donna cananea che, ricordando a Gesù l’immagine del cagnolino che si ciba delle briciole della tavola dei figli, gli strappa l’ammirazione per una fede senza pari e il dono della guarigione della figlioletta ammalata (15,26-28).
LE ATTIVITÀ DELL'UOMO. Soprattutto, Gesù coglie il mistero del Padre e della sua benevolenza che salva e perdona contemplando la vita e l’attività degli uomini. E si tratta, appunto, nella quasi totalità dei casi, della vita ordinaria, quotidiana. Se, di tanto in tanto, gli arriva l’eco di qualche vicenda straordinaria – come il caso dei poveretti rimasti schiacciati nel crollo della torre di Siloe, o di quegli altri, i galilei fatti massacrare da Pilato mentre offrivano i loro sacrifici (cf. Lc 13,1-5) – o se, nelle immagini che utilizza, traspare, a volte, qualche scena speciale (le corti con il loro fasto, un indebitamento fuori misura, le nozze regali, un caso di ricchezza spropositata... cf. Mt 11,8; 18,23-24; 22,1-2; Lc 16,19), nella maggior parte dei casi, però, Gesù sembra piuttosto attento alla vita quotidiana dei semplici.
Mi immagino un Gesù che più di una volta, sulla riva del lago di Galilea, si ferma a contemplare il lavoro dei pescatori, con le loro barche, le reti, il pesce raccolto e di cui si fa la cernita per poi mangiare o vendere quello buono e buttare quello cattivo (cf. Mt 13,47-50); o che, camminando di villaggio in villaggio, lungo i sentieri di terra battuta, osserva i contadini seminare, e qualche seme forse finisce proprio sul sentiero vicino a lui, o in mezzo a dei sassi (13,3-9); e, mentre con i discepoli passa tra i campi di grano o di orzo, cogliendo qualche chicco dalle spighe ormai mature – come la Legge permetteva di fare ai poveri (12,1; cf. Lv 19,9-10) – nota che, insieme con il grano, è cresciuto anche il loglio (13,24-30).
Dio parla e si manifesta attra-verso la fatica quotidiana degli uomini – e anche delle donne, da quella già ricordata che spazza accuratamente la casa a quella che impasta la farina con il lievito per far cuocere il pane (13,33); per non parlare di quella che si reca a pozzo ad attingere acqua (cf. Gv 4,7) e di quella, o quelle, che verosimilmente stanno dietro ad altri gesti o lavori menzionati da Gesù, dall’accendere la lampada (cf. 5,14) al cucire e rammendare i panni (9,16).
Pescatori e contadini appartengono probabilmente al paesaggio quotidiano di Gesù, soprattutto in Galilea; ma con loro ci sono i braccianti, i lavoratori presi a giornata ed esposti all’incertezza del “mercato del lavoro” (20,1-7) e, qualche rara volta, sorpresi dalla scoperta di un tesoro inaspettato (cf. 13,44); ci sono, ovviamente, i pastori, ma anche i mercanti (cf. 13,45), gli artigiani – e qui, naturalmente, Gesù si ritrova davanti a una categoria che doveva conoscere bene, avendo egli stesso praticato un mestiere di tipo artigianale (cf. Mc 6,3; Mt 13,55). Ci sono fattori e amministratori più o meno onesti (Mt 20,8; Lc 16,1), ci sono anche schiavi, essi pure di varia qualità morale e capacità di impegno (Mt 24,45-51; 25,14-30); e ci sono ladri e delinquenti (6,19-20; 24,42-43).
FRAMMENTI DI DIO. Il punto, ovviamente, non è tanto che ci siano tutte queste categorie di persone, ma che Gesù le abbia osservate con così forte attenzione nel dispiegarsi dell’esistenza di ogni giorno, e che in ciascuna di esse, “buone” o “cattive”, sia stato capace di cogliere una parabola, un frammento della luce del Padre. Stupisce, anzi, la constatazione che Gesù parla di Dio molto più a partire dall’esistenza “profana”, che dall’ambito esplicitamente “religioso”: solo di rado, e non sempre in modo positivo (cf. Lc 10,31), si riferisce all’attività dei sacerdoti – e più, si direbbe, richiamando le prescrizioni legali, che per osservazione diretta (cf. Mt 12,5).
Gesù, che pure frequenta la sinagoga (cf. 4,23; 9,35; 13,54 ecc.) e manifesta rispetto e anzi zelo per il tempio (cf. 17,24-27; 21,12-13), sembra però incontrare l’agire del Padre piuttosto nella vita normale, fuori dai luoghi sacri e anche fuori dai comportamenti considerati convenzionalmente più “pii”. Non gli importa – com’è noto – di essere criticato per la frequentazione di personaggi religiosamente poco raccomandabili (cf. Lc 7,37-39; Mt 9,10-13), né di essere accompagnato dalla fama di «mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori» (11,19): la condivisione della mensa con questi ultimi, anzi, è un’altra parabola decisiva, un elemento determinante di tutto ciò che il Signore vuole insegnare su Dio e sulla sua volontà di vita e di salvezza (cf. Lc 15). La situazione degli schiavi considerati “inutili” (Lc 17,10), la disciplina dei militari (Mt 8,8-9), la disonestà di un magistrato (Lc 18,1-8), l’insistenza importuna di un amico (11,5-8), le alterne capacità dei medici (4,23; cf. Mc 5,26), i litigi tra fratelli (Lc 12,13)... C’è la vita intera, la vita di ogni giorno, nelle sue cose più minute, che sta davanti a Gesù come una sola grande parabola del Regno che viene.
Sarebbe bello che, soprattutto durante il tempo ordinario, lo Spirito ci sorprendesse in qualche occasione “inaspettata”, per farci guardare le cose e la vita con un po’ dello sguardo di Gesù: mentre spazziamo frettolosamente la casa o prepariamo qualcosa da mangiare, quando sentiamo raccontare di un caso o dell’altro, o facendo attenzione al lavoro nostro o di altri, o magari – lasciando perdere, per una volta, la consultazione delle previsioni meteorologiche sul tablet – alzando gli occhi al cielo per vedere da dove arrivano le nuvole e se il rosso del tramonto annuncia o no una buona giornata...
Le occasioni non mancano, l’“ordinario” è pieno di Dio e del suo Regno.
Daniele Gianotti
(dalla rivista SETTIMANA, Attualità pastorale, ©Edizioni Dehoniane Bologna, 8 giugno 2014, n. 22, pp. 1-16)
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