Il peccato e l'atto di dolore
NELLE PAROLE DELL’ATTUALE “ATTO DI DOLORE” È PRESENTE UNA CONCEZIONE NON CORRETTA SIA DI DIO CHE DEL PECCATO
Occorre una nuova impostazione della catechesi sul peccato, insegnando che l’uomo, peccando, non danneggia Dio bensì se stesso, e che non è Dio a“castigare” l’uomo bensì è lo stesso peccato a castigare chi lo compie. Ne va del concetto stesso di Dio-Amore, mentre il peccato riceve una più stringente spiegazione. Una sfida teologica e culturale.
Il ricorso a san Tommaso d'Aquino per chiedere un aiuto e un'illuminazione al fine di risolvere i problemi attuali della riflessione teologica non è certo una rarità. La luce racchiusa nelle pagine uscite dalla sua intelligenza e dalla sua penna continua ancora a illuminare il cammino della chiesa nel tempo che stiamo attraversando. Una riprova che la verità non viene mai meno e che mantiene nel tempo la sua freschezza e la sua fecondità.
Il nostro è il tempo che ha messo al centro delle sue attenzioni l'uomo e i suoi problemi. Se l'umanesimo ha debordato nel nostro recente passato fino a espungere Dio per ritagliarsi uno spazio di incondizionato dominio, rimane per noi l'impegno di accettare e far fruttificare la parte di verità che esso contiene. In questo senso Paolo VI, nella chiusura del concilio Vaticano II, a nome della chiesa, confessava che l'uomo era ed è al centro delle attenzioni della comunità di Cristo. E aggiungeva: «L'uomo vivo, l'uomo tutto occupato di sé, l'uomo che si fa non soltanto centro d'ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d'ogni realtà».
La miscredenza, l'indifferenza, il neo-paganesimo che ci circondano hanno reso ancora più attuale questa attenzione. Non possiamo oggi non ricordare che Giovanni Paolo II, proprio nel suo documento programmatico, significativamente intitolato Redemptor hominis (1979), ha dichiarato l'uomo «prima e fondamentale via della chiesa, via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell'incarnazione e della redenzione» (n. 14). Ancora con la precisazione che «si tratta dell'uomo in tutta la sua verità, nella sua piena dimensione. Non si tratta dell'uomo “astratto”, ma reale, dell'uomo “concreto”, “storico”. Si tratta di “ciascun” uomo, perché ognuno è stato compreso nel mistero della redenzione, e con ognuno Cristo si è unito, per sempre, attraverso questo mistero» (n. 13).
È l'ora dell'uomo. Lo è sempre stato, ma oggi in particolare. Il Redemptor hominis è anche il defensor hominis. Tale si è dimostrato Giovanni Paolo II nel suo lungo pontificato, tale deve dimostrarsi ogni cristiano nei suoi pensieri e nei suoi atteggiamenti. È la più logica conseguenza dell'affermazione biblica che l'uomo è l'immagine di Dio. Una delle verità più solenni dell'intera storia della rivelazione, una delle affermazioni più studiate e più analizzate nella storia della riflessione teologica ed ecclesiale.
Il peccato come offesa all'uomo
È proprio in questo contesto umanistico che caratterizza il tempo presente che vogliamo inserire una frase di san Tommaso d'Aquino, certamente conosciuta ma non a sufficienza, una di quelle frasi che fanno storia da sole e che nascondono tante ricchezze che solo il tempo e la riflessione possono far emergere in pienezza. Si trova nella parte terza della Summa contra Gentes, là dove l'autore tratta forse dell'argomento più difficile e più ostico per il teologo moralista, il tema della fornicazione. Essa è male, ma non tanto perché si faccia ingiuria a Dio, quanto piuttosto perché si danneggia l'uomo stesso. «Non enim Deus a nobis offenditur nisi ex eo quod contra nostrum bonum agimus». Cioè: «Dio infatti non lo offendiamo per nessun altro motivo se non perché agiamo contro il nostro bene» (III, 122). È lo stesso dolore del padre della parabola che piange e attende ansioso il ritorno del figlio che è andato lontano.
Pensiamo che questa sia la via migliore per enucleare oggi un’efficace catechesi del peccato. Esso non è un danno inferto a Dio (di che natura sarebbe poi questo danno?), ma una ferita portata all'anima e al corpo dell'uomo. L'analogia della sofferenza dei genitori che hanno il figlio drogato viene a proposito: essi non soffrono tanto per sé quanto per il proprio figlio e non si danno pace finché egli non ritorna sulla via della normalità. Se l'offesa portata a Dio può anche non interessare (Dio è talmente lontano!), il danno portato a se stessi interessa certamente di più.
È da questa considerazione che nasce la nuova impostazione della catechesi del peccato. L'opinione largamente diffusa, se non proprio generalizzata, sulla natura del comandamento di Dio, dalla cui trasgressione nasce poi precisamente il peccato, è quella di un Dio che si oppone di principio alla felicità dell'uomo e moltiplica per questo le sue proibizioni, quasi con un gusto sadico e spietato. Un vero sovvertimento di pensieri e di valori al quale non è del tutto estranea la nostra normale educazione morale. Il precetto inteso come uno sbarramento al desiderio struggente di felicità che ognuno porta nel suo cuore, specialmente in certi momenti e in certe circostanze della vita. Un colossale e mortale fraintendimento, al quale dobbiamo opporci con tutte le nostre forze. Ne va del risultato finale della nostra opera educativa.
Come il peccato è un danno portato all'uomo (il peccatore stesso e anche gli altri uomini), così il comandamento divino è un presidio collocato da Dio alla stessa realizzazione e felicità dell'uomo. È lo stesso ordine della natura e non una discutibile e capricciosa volontà a imporre certi comportamenti. Non si tratta di un'imposizione cervellotica di un Dio geloso della felicità umana, ma di un aiuto dato all'uomo perché egli possa realizzare pienamente se stesso. Allo stesso modo seguito dai genitori avveduti e preoccupati quando si rivolgono ai propri figli nei loro momenti migliori.
Potremmo in questo modo passare in rassegna il Decalogo, che forma ancora il substrato dell'educazione morale del cristiano. Paracarri che indicano un precipizio nel quale l'uomo può piombare in un momento di distrazione e di mal concepita libertà. Quando questa non è correttamente intesa, può portare anche alla rovina. La libertà senza punti di riferimento, in particolare senza quel punto di riferimento che è la persona stessa. La libertà dei libertaristi che, alla resa dei conti, sono i primi negatori della stessa.
Il richiamo alla trascendenza che rimane una delle qualità fondamentali della persona umana la quale, come tale, supera se stessa; l'ordine di non uccidere, di non rubare, di non desiderare concupiscentemente le cose degli altri; l'impegno di attenersi alla verità per non rendere impossibili i rapporti umani e la stessa comunicazione orale e scritta; il dovere stretto e di giustizia e di carità di onorare sempre il padre e la madre; la proibizione dell'adulterio in nome di quella fedeltà che appartiene alle stesse leggi dell'amore: si tratta, se vogliamo, di limitazioni minimali che aprono alla possibilità di un lungo cammino ulteriore, specialmente a chi vuole completare la lettura del libro della rivelazione divina. Ma anche questenuove aggiunte, precisazioni e complementi appartengono alla stessa natura dei comandamenti che, prima di essere legge rivelata, sono norme di diritto naturale, come tali presenti da sempre nell'animo di ogni uomo. Anche il messaggio cristiano viene incontro ai bisogni fondamentali e alle esigenze di vita che giacciono nel profondo del cuore di ogni uomo.
Non dunque una decurtazione delle energie vitali, ma la salvaguardia della stessa natura umana e dei suoi dinamismi che ne compongono l'ossatura essenziale. Oggi il dissenso a queste nostre tesi nasce soprattutto nel settore sessuale, dove il libertarismo e l'edonismo celebrano il loro maggiore trionfo. Ma una considerazione sull'amore umano potrebbe anche ridimensionare certe pretese. Così l'indissolubilità è semplicemente la salvaguardia della vera natura dell'amore e delle esigenze di una sana famiglia. Il vero amore è quello espresso nella frase: «Te solo, te sola per sempre». Un impegno che ha bisogno di essere coltivato e rinnovato ogni giorno e non messo in disparte alle prime difficoltà immancabili in ogni esistenza comunitaria. La famiglia rimane ancora la cellula fondamentale, oltre che della chiesa, della stessa società civile. La culla insostituibile dei figli e la casa dove si ritorna anche dopo le possibili e deprecabili avventure del figlio prodigo.
Un'altra idea di castigo
Un altro punto su cui dobbiamo tornare a riflettere è il concetto di castigo che normalmente viene abbinato al peccato. «Delitto e castigo», secondo l'espressione del grande Dostoevskij. È in questione l'attribuzione del castigo alla stessa opera di Dio. L'Atto di dolore, anche nella sua ultima versione, porta ben impressa questa convinzione. Anzi si ritrova al primo posto: «Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi». Il testo segue coerentemente, mettendo però in questione le nostre conclusioni precedenti: «E molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa».
Secondo questo testo allora il nostro peccato è offesa a Dio, il quale in qualche modo si vendica o, perlomeno, ristabilisce l'ordine violato, comminando al peccatore i suoi castighi. Il ragionamento è tutto da rivedere. Non c'è né offesa a Dio, né castigo da parte sua per il tradimento perpetrato nei suoi riguardi.
Che Dio non sia il punitore del peccatore dovrebbe essere ormai chiaro a questo punto della riflessione della chiesa. Tutto forse si rifà alla vecchia concezione della dottrina della soddisfazione vicaria, la cui più completa presentazione risale a sant'Anselmo d'Aosta. Ma oggi risulta ormai chiaro che non è stato Dio a chiedere la morte del Figlio, ma solo la sua obbedienza e il suo amore. Non è Dio che ha mandato a morte Gesù Cristo, ma più semplicemente il potere religioso e civile che videro in lui un pericoloso sovvertitore dell'ordine stabilito. Dio non vuole la morte, ma la vita; non chiede il sangue, ma il cuore; non condanna, ma perdona. Il rifiuto della vecchia teoria, considerata ormai come un ferrovecchio inutilizzabile, è messa in disparte senza nessun rimpianto. Forse è da lì che sono nate tante altre teorie che stazionano ancora ostinatamente nell'immaginario collettivo del nostro popolo. La domanda: «Che male ho fatto per meritare questi castighi?» è ancora sulla bocca di tutti.
Nell'affermazione che il peccato nuoce a chi lo compie è già contenuta la soluzione del secondo problema: il peccatore ha già davanti il suo castigo. Esattamente il castigo da cui voleva liberarlo il suo Dio. Non è questi che deve essere incolpato, ma semplicemente il trasgressore. Il castigo è immanente al delitto e non c'è bisogno di andare a cercare al di fuori chi è stato l'autore del malessere che ne è seguito.
L'esempio dell'ubriacone può essere calzante. Da nessun altro, se non da se stesso, è stato ridotto in quelle condizioni. Gli atti ripetuti di intemperanza si sono iscritti nelle sue stesse cellule e lentamente hanno provocato in esse un danno irreparabile. Lo stesso può accadere per colui che è intemperante nel cibo. L'obesità e l'ipervitaminosi sono normalmente il frutto dei propri atti trasgressivi.
Non ritorniamo indietro di secoli, riesumando la teoria della retribuzione immediata, che già il libro di Giobbe e gli stessi interventi di Gesù hanno ormai tolto per sempre di mezzo. Anche il castigo dell'aldilà, in una sana concezione dell'escatologia, non è tanto da attribuirsi a Dio, quanto all'uomo stesso. Così oggi si pensa al purgatorio e allo stesso inferno. Il primo è un bisogno avvertito, quasi una richiesta da parte di colui che non si sente ancora in grado di varcare le soglie del paradiso; il secondo è la stessa conseguenza dell'ultima scelta contro la ripetuta offerta di salvezza da parte di Dio. Togliamo di mezzo allora il castigo di Dio. Scrive a questo proposito il teologo spagnolo A. Torres Queiruga: «Se veramente abbiamo intuito che Dio vuole solo aiutare, che è agape – amore assolutamente gratuito – e che il suo unico interesse siamo noi e il nostro bene, allora pensare un castigo da parte sua equivale a non aver capito ancora niente» (Peccato e perdono, Isg-Marna, Vicenza-Barzago (Lc) 2001, p. 21). Questo anche se ci sono dei testi biblici, a cui ha attinto a piene mani la tradizione posteriore, che parlano in questo senso. La Bibbia contiene un'altra corrente di pensiero, specialmente nei testi sapienziali, che adottano il nostro modo di pensare. È a questo filone che oggi dobbiamo rifarci, dando ai primi soltanto il ruolo di un linguaggio simbolico. «L'uomo o il popolo che rifiuta il messaggio di vita, si condanna da sé al fallimento esistenziale o alla rovina» (J. Mateos-F. Camacho, L'alternativa Gesù e la sua proposta per l'uomo, Cittadella, Assisi 1989, p. 112).
La revisione del concetto di pena (e di premio) faceva parte degli impegni di rinnovamento della nuova escatologia. P. Schoonenberg aveva con forza affermato che «il peccatore si trova davanti soltanto il proprio peccato, non la vendetta di Dio». E C. Geffré rilevava che i nostri contemporanei sorridono volentieri quando si parla loro del cielo e dell'inferno nei termini tradizionali, «non sorridono più se comprendono che il cielo e l'inferno non sono che la manifestazione e l'ultima conseguenza del volto morale che essi stessi si sono liberamente dati quaggiù».
Una revisione necessaria
Procedere a una concezione univoca e applicarla poi a tutti i settori della teologia e della vita spirituale è certamente un'esigenza giusta e necessaria. Più volte è accaduto a chi scrive di sentirsi rimproverare certe espressioni che, nonostante i diversi cambiamenti, si sono mantenute ancora nell'Atto di dolore, il quale è certamente più usato degli Atti di fede, speranza e carità, perché la sua recita viene normalmente richiesta nel sacramento della riconciliazione. È troppo domandare agli interessati una nuova riformulazione in linea con le riflessioni della teologia e la comune sensibilità della chiesa? Oltretutto, qui la revisione sembra molto più facile che negli altri casi. Usare bene delle formule di preghiera è insieme un atto di coerenza e un prezioso mezzo di attenzione e di educazione pastorale. Alla resa dei conti, ne va dell'esatto concetto di Dio, almeno come ci è dato conoscerlo nei varchi aperti dalla rivelazione cristiana. Ma anche il peccato riceve nuova luce e più stringente spiegazione, a cui sarà particolarmente interessato l'uomo di oggi. È lui, proprio lui in persona, e non Dio, il centro di interesse e il punto di riferimento. Un passaggio dalla teologia all'antropologia all'interno di quella svolta antropologica che costituisce una delle acquisizioni più importanti e più feconda dell'attuale riflessione teologica.
Nel piccolo libro prima citato di A. Torres Queiruga si trova un testo provocatorio ma di indubbia efficacia. È Dio stesso che si rivolge al potenziale peccatore con queste parole:
«Se vuoi, pecca:
te lo dice Dio,
e te lo dice sul serio.
Pecca,
se vuoi pecca.
A me non rechi danno,
né offuschi la mia gloria,
nemmeno togli qualcosa
all'immensità della mia gioia.
Io resterò lo stesso.
pienamente io,
senza di te.
(Certo, un pochino sminuito
senza di te,
perché ti porto
proprio nel cuore,
e mi trema la voce
nel pronunciare il tuo nome).
Io voglio soltanto
che tu sia felice.
E che i tuoi compagni
di casa e di terra,
i tuoi fratelli,
siano anch'essi felice.
Se peccando
ti senti veramente felice,
pecca.
Se peccando aiuti veramente
la felicità degli altri,
pecca.
Io soltanto voglio
che tu sia pienamente te stesso.
Io soltanto voglio
che i tuoi fratelli siano fratelli
pienamente,
gioiosamente.
Il resto non ha
alcuna importanza». (M. Regal).
Un testo certamente paradossale, ma indubbiamente efficace. Un testo che in qualche modo riassume le considerazioni fatte prima. Dio non ha altre preoccupazioni che il bene della creatura. A lei affida come un dono i suoi comandamenti, i suoi precetti, i suoi consigli, non per soddisfare la propria egemone volontà, ma unicamente per aiutare l'uomo a realizzare pienamente se stesso (e la società in cui vive).
Un'opera distruttiva
Bisogna riflettere più a fondo, perché è possibile che, in questa concezione, qualche peccato possa venire depennato. Una cosa però è certa: l'uomo in questo modo è messo con le spalle al muro, collocato inesorabilmente dinanzi alle proprie responsabilità. Se non ascolta la voce di Dio (della rivelazione e della coscienza), la prima vittima del suo comportamento sarà esattamente lui stesso.
Il personalismo appare sempre di più come una delle più grandi mediazioni della rivelazione cristiana, dei dogmi della Trinità, della creazione, della comunione dei santi. La sua fecondità si estende fino all'ambito della teologia morale. Atto personale per eccellenza, il peccato si manifesta in tutta la sua potenza auto-distruttiva: un atto di demolizione, di disintegrazione, di dissolvimento della persona che ne è insieme autore e vittima. La categoria di «nientificazione» rende bene il concetto: il peccato è l'unica possibilità totalmente nelle mani dell'uomo, che in tal modo annulla la potenza creatrice di Dio svuotandola dal suo interno. L'essere in tutte le sua manifestazioni è opera di Dio, l'uomo nelle sue mani ha solo la capacità del non-essere, del vuoto, del nulla.
Aveva in qualche modo ragione J. P. Sartre quando affermava che, per essere veramente un creatore, egli doveva fare il male, perché il bene l'ha già fatto Dio. «Io creo». Ma dobbiamo aggiungere: io creo distruggendo, anzitutto distruggendo me stesso. L'essere portato alla sua negazione e al suo dissolvimento. Per la migliore tradizione cristiana, il male non è in sé una realtà positiva, ma semplicemente una mancanza, una privazione, una fessura operata nel mondo dell'essere. La terribile prerogativa della creatura libera, angelo o uomo che sia. Dio crea, l'uomo distrugge.
Una sfida teologica che diventa però anche una sfida culturale. Non si tratta tanto di mediare, quanto piuttosto di rivedere da capo. Anche se quest'operazione implica delle difficoltà e comporta delle rinunce, il nostro è senza dubbio il tempo della sua realizzazione.
Giordano Frosini
(© SETTIMANA. ATTUALITA' PASTORALE, n. 4, 2005, p. 8, EDB - Edizioni Dehoniane Bologna)
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