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DIMORARE IN DIO

Dio e il futuro (3)

7 Febbraio 2012 , Scritto da Citocromo Con tag #Riflessioni teologiche

Pubblico l'ultimo paragrafo dell'editoriale.

"L’esperienza del male e della rinascita in Dio
Di nuovo chiedo venia per il realismo della fede e dell’evangelizzazione. Il credente è qualcuno che ha battuto la faccia, che si scontra non solo col mistero di Dio, ma col mistero di Dio in rapporto all’enigma così reale, a volte sconvolgente, del male. E’ proprio là che forse si trova il tratto più radicale della novità cristiana di Dio. Dio è per noi Qualcuno che si volge verso gli uomini per allearsi con loro (e noi siamo vicini al popolo giudaico che è testimone della prima alleanza), ma questa alleanza si inscrive nel più profondo e nel più buio della nostra umanità. Ciascuno, per sua parte, fa esperienza di questo profondo e questo buio. Di questo paradosso terribile che connota, nel mondo moderno, la realtà del male: il male è, allo stesso tempo, sovraesposto e negato. Pubblicamente esplode, e basta una scintilla, un crimine, una violenza perché pervada tutto lo spazio mediatico. E, nello stesso tempo, il male si nasconde, si cela nella memoria, e spesso se ne sta là, ma coperto dal silenzio, come un veleno segreto. Lo sappiamo bene, lo vediamo vicino a noi, talvolta in noi stessi, e di fronte a certe situazioni di disperazione che spesso accompagniamo da vicino, per via del ministero di ascolto e di consolazione che esercitiamo. Ma mi domando se sappiamo credere, proprio noi, a quanto vi è di radicalmente nuovo nel mistero di Cristo. La sua croce e la sua pasqua non sono il segno della sconfitta e della morte, ma, nella sconfitta e nella morte, sono il segno di un nuovo inizio. Perchè l’ingranaggio del male viene scardinato da una forza che non è di questo mondo, ma agisce in questo mondo: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno», «Oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,34.43). Madeleine Delbrêl insiste con vigore instancabile su questa legge nuova della vita eterna: «Il cristiano ha imparato da Dio le leggi della vita eterna che germina, cresce e si espande dalla nascita alla morte. Ma, dal momento che egli è cristiano, è responsabile della germinazione, della crescita, della fecondità di questa vita eterna nell’umanità: deve proclamare queste leggi fondamentali della vita a tutte le creature, deve viverle lui stesso, viverle anche per quanti le rifiutano, attraverso l’offerta volontaria della propria vita a lui, dono della propria vita o dono della propria morte. Tutto ciò ha un peso incalcolabile sul destino eterno dell’intera umanità» (Nous autres, gens des rues, Paris 1966, p. 267). Ecco la nostra missione, che è duplice: accompagnare avvenimenti di morte, eppure ribadire ciò che Dio fa vivere e rinascere, e suscitare nella Chiesa quanto fa di essa una sorgente di speranza: tutto ciò che germina in ciò che scompare, tutte queste persone, bambini, giovani, adulti per i quali l’aprirsi a Dio è l’inizio di una vita nuova. Tutta la pastorale dei sacramenti si colloca su questo terreno, quello degli inizi di una vita eterna. Ammiro quanto ha spiegato Joseph Ratzinger ai catechisti riuniti a Roma nel 2000: ha spiegato loro che il simbolo più efficace della nuova evangelizzazione è il grano di senape: «Per il regno di Dio, come per l’evangelizzazione, vale sempre la parabola del grano di senape (cf. Mc 4,31-32)». E insiste: non sogniamo «di attirare subito le grandi masse che si sono allontanate dalla Chiesa... Nella sua teoria dell’evoluzione, Teilhard de Chardin spiega “che l’inizio di nuove speci è invisibile e irraggiungibile dalla ricerca scientifica... le origini sono nascoste... Le grandi realtà cominciano nell’umiltà» («La nouvelle èvangelisation. Confèrence lors du jubilè des cathèchistes, dicembre 2000», Documentation catholique, Hors de sèrie, 2005, n. 1, pp. 88-89). Ci siamo: Dio ha un futuro come Colui che non cessa di nascere in mezzo a noi, come lo annuncia l’evento di Betlemme. Ma questo riferimento al Natale non è sufficiente. C’è un’altra nascita: quella che attraversa la croce, e noi abbiamo richiamato questo segno il 16 ottobre, entrando nella nostra cattedrale, passando sotto le braccia della croce: dall’esterno verso l’interno, prima, poi disperdendoci a partire da questo segno della croce, a braccia aperte e cuore aperto... Non è un’evidenza. E’ una promessa di avvenire. Noi viviamo di una tale promessa e ne siamo testimoni".

SETTIMANA. ATTUALITA' PASTORALE, 15 gennaio 2012, n. 2, p. 16, EDB - Edizioni Dehoniane Bologna)

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