La fede tra conoscenza e grido
«Nella fede si può già nascere essendo parte di una comunità credente, ma vi si può anche approdare improvvisamente, restando colpiti da qualcuno o da qualcosa, come quando Paolo fu folgorato sulla via di Damasco, o come quando ci si innamora: la fede quando arde piega “le ginocchia” e fa vibrare “l’uomo interiore” (Ef 3,14-16). Poi però è necessaria la maturazione di chi s’interessa di Dio e della sua parola ogni giorno, come del resto si fa con la persona di cui si è innamorati. La fede è questione di cuore e pensiero, da essa si parte per comprendere e amare oltre che per avere speranza. Non si dura nel tempo se allo slancio iniziale non seguono conoscenza, fedeltà, perseveranza.
Quando le questioni della fede non appartengono più al centro dei nostri interessi, pian piano svaniscono, fino a scomparire. Nell’inerzia vince il mondo, non Dio; perché vinca Dio, in noi, è necessario uno sforzo quotidiano. Se Dio è “geloso” (Es 20,5) è perché sa di essere in una posizione di debolezza nel mondo. La gelosia di Dio non ha nulla a che spartire con quella degli egoisti e degl’invidiosi, è piuttosto la gelosia del Dio innamorato che vuole essere per noi unico in quanto unico ognuno di noi lo è già per lui: “Dio tutto in tutti” (1Cor 15,28). Dio ci ama come lo sposo o la sposa che non stacca un momento da noi il suo sguardo e il suo cuore, che è con noi “una carne sola” (Mc 10,7).
La fede cristiana dice che al centro della storia il Creatore di tutto è stato trascinato giù dal suo trono di gloria nella nostra condizione umana, fino a diventare “carne” per “abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Trascinato giù da cosa? Dal suo amore e dal nostro dolore, dunque dalla sua santissima tenerezza e compassione. Eppure non lo abbiamo capito, e nemmeno ascoltato, lo abbiamo anzi costretto a gridare da una croce, a morire abbandonato da tutti.
Dopo duemila anni, quello stesso evento che radicalmente ci segna, quell’icona di Dio crocifisso appesa dappertutto, ci è venuta persino a noia, non ne possiamo più di averla tra i piedi: che arrivino i bidelli a toglierla, non serve più. Del resto quella croce è troppo spesso diventata idolo per molti di coloro che han voluto farsi forti di essa per imporla, per conquistare popoli e ricchezza. In troppi hanno subito e dato morte con quell’icona davanti agli occhi. Icona che i poteri (religiosi soprattutto) di questo mondo hanno stravolto rendendola segno opposto a quel che in principio doveva significare. Paolo — che pure non la portava addosso come segno visibile ma soltanto come sigillo nel cuore — presentandosi ad annunciare il “mistero di Dio”, diceva di non sapere altro “se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso” (1Cor 2,1-2). La storia dei testimoni più autentici è storia di martiri, di persone che hanno sofferto come Gesù, spesso uccise come Gesù.
L’itinerario che negli ultimi decenni ci sta facendo precipitare sempre più velocemente nel baratro della non credenza dura da almeno cinque secoli (Charles Taylor, nel suo L’età secolare, lo argomenta con maestria sociologica), da quando l’uomo, al posto di Dio e con sempre maggiore invadenza, ha voluto mettere se stesso.
È stato detto che, quando uno vorrebbe gridare con tutte le sue forze e non può, è allora che grida veramente: ecco così chi ancora crede è costretto a gridare la sua verità dalle “terrazze” (Lc 12,3). La fede è attesa e domanda: lì abita il suo grido, spesso reso muto dall’impotenza, o dalla potenza della sordità che c’è intorno. Ed è lì che si gioca forse oggi la forma più attuale di testimonianza e martirio, quando il nemico non è più la violenza, ma il morbido muro dell’indifferenza e del nulla. Per questo è più che mai necessario porsi come “sentinella” sull’altura, per vedere “quanto resta della notte”, quanto manca ancora al giorno tanto atteso, continuando a domandare e attendere, a convertirsi, anche quando “il mattino” viene perché poi, a seguire, è purtroppo “anche la notte”, come dice Isaia (21,11-12). […]
La fede è una cosa sola con la speranza e l’attesa, ma la speranza e l’attesa possono esaurirsi nel tempo che passa, trasformarsi in rassegnazione, indifferenza, sonno. Non disperazione, perché chi dispera possiede ancora dolore, tensione verso qualcosa, grido. Che crediamo oggi non ci garantisce che crederemo anche domani e soltanto essendone consapevoli ci manterremo pronti per la durata e la veglia, procurandoci “olio in piccoli vasi”, in modo da riaccendere la lampada appena si alzerà il grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!” (Mt 25,1-13).
Attraverso i meccanismi dell’ermeneutica, si rischia di far dire al testo sacro tutto ciò che si vuole secondo il punto di vista nostro o dell’epoca in cui viviamo. Mentre il testo sacro parla davvero quando umilmente ci si inginocchia come al totalmente altro da noi che ci interpella nel profondo, quando la parola di Dio che esso contiene tutt’a un tratto ci illumina regalando orientamento alla nostra vita. Si potrebbe dunque dire che la fede non solo ha a che fare con la domanda e il pensiero, ma anche con l’umile sentirsi bisognosi di verità dopo avere molto pensato e domandato senza comprendere, di modo che pensiero e domanda si facciano colmi di tensione verso la potenza e la grandezza di ciò che solo Dio può conoscere e fare. Gli ebrei con la loro fede hanno insegnato a dire “Non so” di fronte alle grandi questioni della storia e della vita. Dio soltanto è “colui che in tutto ha potere di fare / molto più di quanto possiamo domandare o pensare” (Ef 3,20).
La rivelazione che dona materiale robusto al fondamento della fede non ha nulla a che vedere con l’informazione e coi libri da cui traggono forza scienza e filosofia; la rivelazione più che con la mente ha a che fare col cuore. Un uomo molto informato che molto confida su quel che sa e quel che è, è un uomo che spera poco, che riduce l’orizzonte della speranza a quel che sa, dunque a un orizzonte molto limitato. Mentre la rivelazione apre all’eternità, l’informazione si limita al semplice qui e ora, al dato credibile e ben ponderato di oggi che con tutta probabilità sarà superato dall’informazione che ci giungerà domani. Mentre l’informazione informa, la rivelazione trasforma, converte, fa piangere e tremare. Fede e speranza trovano respiro nel non detto, nelle lacrime, nell’inquietudine di chi ancora non sa e non vede.
Chi crede è un cieco che, come Bartimeo a Gerico, sfiorato dalla presenza di Gesù, “cominciò a gridare” e che, proprio quando “molti lo rimproveravano perché tacesse”, si mise a gridare “ancora più forte”. Non solo, ma quando arrivò qualcuno a dirgli che Gesù lo stava cercando in lui la gioia esplose, fino a fargli gettare via il “mantello” per balzare “in piedi”, una gioia di cui tra i presenti, che già vedevano, non si aveva la minima idea (Mc 10,46-52). Il credente non sa spiegare perché proprio là dove il buio aumenta, il vuoto s’allarga e la disperazione incombe, la sua fede si fa più forte e convinta, pronta a balzare in avanti, ma è così. Anzi, è proprio quando tocca il fondo della disperazione che il grido della sua fede si fa più intenso e più vero, perché più consapevole del dramma della salvezza, del dolore del mondo e dei fratelli, del dolore di Dio che solo morendo ha potuto salvarci, solo urlando dalla croce. Il miracolo della fede è lo stesso che viene dall’amore e dal dolore, dal dolore condiviso, dal dolore per chi è nel dolore. Se Dio ci salva soffrendo è perché non si può amare che soffrendo quando l’altro soffre. La speranza che non si fa carico del dolore del mondo e di Dio non è vera speranza perché spera poco, ama poco, non sa più cos’è la fede che le permette di credere l’impossibile».
(da D. Garota, Tra conoscenza e grido. Le dinamiche della fede, Edizioni Paoline, 2013, tratto dall’Introduzione)
/image%2F0563698%2F201304%2Fob_f65e7b27bf5a909053c3d24bb5bcea95_spiritosanto.jpg)