La Sposa contempla il volto dello Sposo
In questo giorno di silenzio e di assenza del Cristo Sposo la Chiesa, come la Sposa del Cantico dei Cantici (5,9-16), mentre si avvicina la Veglia Pasquale, ricorda e descrive il suo Amato:
«9Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro,
tu che sei bellissima tra le donne?
Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro,
perché così ci scongiuri?
10L'amato mio è bianco e vermiglio,
riconoscibile fra una miriade.
11Il suo capo è oro, oro puro,
i suoi riccioli sono grappoli di palma,
neri come il corvo.
12I suoi occhi sono come colombe
su ruscelli d'acqua;
i suoi denti si bagnano nel latte,
si posano sui bordi.
13Le sue guance sono come aiuole di balsamo
dove crescono piante aromatiche,
le sue labbra sono gigli
che stillano fluida mirra.
14Le sue mani sono anelli d'oro,
incastonati di gemme di Tarsis.
Il suo ventre è tutto d'avorio,
tempestato di zaffiri.
15Le sue gambe, colonne di alabastro,
posate su basi d'oro puro.
Il suo aspetto è quello del Libano,
magnifico come i cedri.
16Dolcezza è il suo palato;
egli è tutto delizie!
Questo è l'amato mio, questo l'amico mio,
o figlie di Gerusalemme».
Per poter rileggere questi versi alla luce di Cristo, riprendo un bel commento di A. Chouraqui, che mi sembra particolarmente adatto alla contemplazione del mistero del Sabato Santo:
«Suona così il Cantico dell’Assente. […] qui l’amata parla del Principe scomparso, sparito, di colui che lei ha perso per sua colpa e che disperava di poter ritrovare se l’amore assoluto che essa gli consacra non le avesse permesso l’atto di fede connesso al suo grido d’amore. Le figlie di Gerusalemme, prese a parte, scongiurate, vedono senz’altro che l’amante non c’è più, che se n’è andato. Nella loro domanda (5,9) c’è sorpresa per la passione ardente dell’amata – una segreta gelosia – e forse il desiderio di rompere l’incantesimo d’amore che opera senza fine sulla loro sventurata compagna. Costei, con il cuore spezzato e il corpo a pezzi, canta il suo Cantico all’Assente – a colui che la inabita e che lei non può più raggiungere. I versetti 5,10 ss. costituiscono l’offerta d’amore al Principe inaccessibile, il Cantico d’Israele al suo Re assente. In luogo di una liturgia funebre, ecco un canto di gloria che consente il miracolo dell’amore rifiutato. Sebbene assente, lei è tutta sua – sebbene assente, è lui l’Unico, il più bello – il suo volto, visto e baciato da lei, rimane per sempre in lei l’incarnazione della bellezza assoluta. […] Non si tratta più di un uomo, ma della Persona assente e presente da lei adorata. Ventidue termini di paragone: colori; metalli; pietre; uccelli; gli elementi, la terra, l’acqua; alberi; profumi; fiori – ecco in base a che cosa occorre ricostituire un uomo ed ecco come la figlia d’Israele vede il suo amante. Tale surrealismo non solo imbarazza i commentatori, ma pone loro un enigma, in verità, insolubile. L’Uomo viene qui descritto con le dimensioni dell’universo e l’amore è senza frontiere: essa è la sposa crocifissa del Principe assente da lei cantato – la sua assenza la rende vedova di tutta la creazione. Ma la fede – con il suo miracolo – trasforma il suo dolore. Questo non è che lode nell’estasi che le permette di descrivere, per le figlie di Gerusalemme, il suo Principe assente» (Andrè Chouraqui, IL CANTICO DEI CANTICI E INTRODUZIONE AI SALMI, Città Nuova Editrice, pp. 123-125).
/image%2F0563698%2F201304%2Fob_f65e7b27bf5a909053c3d24bb5bcea95_spiritosanto.jpg)