Conversione all'amore riconoscente (3)
(seguita)
Paolo continua: «Noi ben sappiamo, fratelli amati da Dio, che siete stati eletti da Lui» (motivo di riconoscenza). «Il nostro vangelo non si è diffuso fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito Santo», non semplice parola umana, ma intervento divino (altro motivo di riconoscenza). «E ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene»: il comportamento stesso dei missionari è un dono di Dio. Paolo non vuole fare il proprio elogio, ma dire: «Vedete, il Signore ha dato a noi missionari grazie di ogni genere, per parlare e vivere in modo da attirarvi al suo amore e da adottarvi come figli». Tutto questo discorso è dominato dall’amore riconoscente.
Notiamo che qui la riconoscenza di Paolo ha come motivo i doni ricevuti da altri. Essere riconoscenti per i doni ricevuti personalmente è già doveroso e bello, però saper ringraziare per i doni ricevuti da altre persone è ancora più bello. Vediamo un po’ quali doni suscitano la nostra gratitudine. Questo è significativo del nostro stato spirituale. Quali doni apprezziamo, quali doni consideriamo negli altri con gratitudine verso Dio?
In questa lettera Paolo confida la sua inquietudine e la sua preoccupazione, parla dei tentativi fatti per riprendere contatto. Finalmente è stato possibile per Timoteo andare a Tessalonica. Quando Timoteo torna con buone notizie sulla fede dei tessalonicesi, Paolo esulta e dice: «Quale ringraziamento possiamo rendere a Dio riguardo a voi, per tutta la gioia che proviamo a causa vostra davanti al nostro Dio? (1Ts 3,9). È una grande lezione vedere come l’Apostolo è pieno di amore riconoscente. All’inizio, al centro e alla fine ritorna sempre questo sentimento di amore riconoscente.
L’inno di benedizione di 2Corinzi è in un certo senso ancora più bello, perché in esso Paolo ringrazia per la consolazione che ha accompagnato la prova, una prova durissima. Paolo si esprime in modo commovente dicendo: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione» (2Cor 1,3-4). Paolo ha sentito la misericordia di Dio nelle sue prove, prove durissime, come dice dopo: «Non vogliamo lasciarvi ignorare, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci abbia coliti oltre ogni misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita» (2Cor 1,8). Quindi una prova durissima, ma non sappiamo esattamente se si trattasse di una malattia o di una persecuzione con carcerazione e minaccia di morte. Paolo in questa prova ha colto la consolazione divina, e possiamo indovinare in qual modo, perché dice: «Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione» (2Cor 1,5). Egli ha colto le sue prove come sofferenze di Cristo: «Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi». Chi accoglie la prova come una partecipazione alla croce di Cristo trova nell’amore una profonda consolazione, è unito al mistero pasquale di Cristo, sorgente di salvezza, espressione di amore sconfinato.
Il bello di questo passo è che Paolo vede subito la propria consolazione in una prospettiva apostolica: la prova era molto personale, la vita stessa di Paolo era minacciata, ma Paolo scrive: «Benedetto Dio che ci consola in ogni tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione, con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio». Egli accoglie la consolazione che accompagna la prova in questa prospettiva, cioè come una grazia che gli consente di comunicare il conforto divino alla gente tribolata. È molto bello questo. Non si accontenta di accogliere la consolazione per proprio sollievo, ma l’accoglie con l’intenzione di far sì che altre persone ne approfittino. Avendo avuto l’esperienza della consolazione divina in mezzo alle difficoltà, alle pene, alle sofferenze e alle angosce, Paolo si sente ormai in grado di confortare le altre persone e dice: «Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza». Le sue sofferenze le prende in questa prospettiva apostolica e ne trae consolazione. Quando una persona è convinta che le sue sofferenze servono agli altri è già sollevata: «E quando siamo consolati è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo. È utile notare che la parola greca tradotta con «consolazione» (paraklēsis) è una parola che significa anche «esortazione, incoraggiamento, conforto».[…] La consolazione divina non è soltanto una consolazione affettiva che porta rimedio alla pena, ma è allo stesso tempo una forza che permette di sopportare meglio e in modo più positivo la prova; è un conforto interiore che dà slancio. Con questo caso vediamo che per Paolo, realmente, i rendimento di grazie era possibile in ogni circostanza. Egli esortava i cristiani a rendere grazie in ogni circostanza e lui stesso trovava la possibilità di rendere grazie con effusione a Dio anche nelle circostanze più penose.
Chiediamo quindi la grazia di capire meglio l’importanza di questo atteggiamento spirituale fondamentale. Chiediamo la grazia di una conversione in questo senso o, se già ringraziamo spesso Dio, chiediamo che questo movimento sia sempre più forte nella nostra vita. la nostra vita diventerà molto feconda apostolicamente, perché quelli che ringraziano Dio sono i veri apostoli. Essi fanno meraviglie, perché attirano le altre persone ad amare Dio. L’apostolato deve consistere nel dire: «Venite e vedete quante cose il Signore ha fatto per me». È il Sal 66(65) che dice questo, un salmo di ringraziamento, come tanti altri, molto espressivo: «Venite e ascoltate voi tutti che temete Dio, e narrerà quanto ha fatto per me: a Lui ho rivolto il mio grido, la mia lingua canta la sua lode» (Sal 66[65],16-17). Anche la Vergine Maria, nel Magnificat, ci aiuta ad andare avanti in questo orientamento.
(da Albert Vanhoye, Pietro e Paolo, Paoline, 2008, pp. 66-76)
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