Una Chiesa che siede al pozzo
di don Angelo Casati
«[...] Sarà opinione di un prete minore, ma ti dirò che oggi, quando mi guardo attorno e mi capita di riflettere su ciò che vado osservando, mi viene spontaneo pensare che siamo lontani, lontanissimi dall'aver imparato la lezione del pozzo di Sicar. Ma pensate che si possa far fiorire persone o situazioni con il nostro gelo, con i nostri occhi spietati, con l'accecamento dei nostri pregiudizi, con l'inverno delle nostre separatezze? Ma ci ricordiamo ancora di Gesù? Di questo Gesù che passa i confini, il confine tra ortodossi e non ortodossi, il confine tra puro e impuro, il confine tra un monte dell'adorazione e un altro monte antagonista? Abbiamo imparato qualcosa dal vangelo o siamo ancora a meravigliarci, come i discepoli, che lui stia a parlare con una donna? E per giunta con una donna come quella!
Quale chiesa, secondo voi, può far pulsare un fiotto di vita nelle vene di questa umanità? Forse i volti segnati da durezze, da separatezze, da condanne? Avete trovato ombra, una che è una, ombra di durezza, di separatezza, di condanna, ne avete trovata una, una sola, nel colloquio presso il pozzo? E chi lo avrà raccontato, quell'incontro, chi se non lui o la donna?
A far pulsare un fiotto di vita nelle vene di questa umanità non sarà invece la chiesa che siede al pozzo, una chiesa mai stanca dell'umanità, mai stanca della compagnia degli uomini e delle donne del nostro tempo, una chiesa che parla sottovoce, come il rabbì alla donna del pozzo, una chiesa che sa chiedere un po' d'acqua confessando il suo bisogno, una chiesa che parla delle cose della vita, una chiesa che non invade le coscienze, che fa emergere pazientemente le attese del cuore, scavando nel bene, nel bene che rimane, rimane comunque in ogni cuore, una chiesa che non ha nel suo stile quello di far sentire un verme nessuno, ha invece la passione di portare alla luce la vena preziosa nascosta in ogni cuore senza distinzione?
È questo, me lo chiedo, lo stile che ci contraddistingue nella vita? Con che volto accostiamo l'altro, con che occhi lo guardiamo? Ci abita, dentro, lo sguardo del rabbì del pozzo per la donna samaritana? E sappiamo sognare, come faceva lui, il maestro davanti ai piccoli germogli? O ci interessa solo il cibo, la nostra voracità di cose, di persone, di potere? "Maestro mangia!": gli dicevano i discepoli di ritorno dalla città in cui erano recati a far provviste di cibo. Ma lui si era già sfamato. Dissetato lui e la donna a quell'incontro, un incontro che in ognuno aveva lasciato qualcosa. In lei, nella donna, la percezione, incancellabile, di aver trovato finalmente qualcuno che le aveva letto nel più profondo del cuore e le aveva rivolto parole che erano acqua zampillante, e in lui, Gesù, la percezione che i campi, induriti per crosta di gelo e di inverno, già si aprissero, fuori stagione, alla fioritura. Era fiorita la donna. "Levate i vostri occhi" diceva "e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura."».
Quale chiesa, secondo voi, può far pulsare un fiotto di vita nelle vene di questa umanità? Forse i volti segnati da durezze, da separatezze, da condanne? Avete trovato ombra, una che è una, ombra di durezza, di separatezza, di condanna, ne avete trovata una, una sola, nel colloquio presso il pozzo? E chi lo avrà raccontato, quell'incontro, chi se non lui o la donna?
A far pulsare un fiotto di vita nelle vene di questa umanità non sarà invece la chiesa che siede al pozzo, una chiesa mai stanca dell'umanità, mai stanca della compagnia degli uomini e delle donne del nostro tempo, una chiesa che parla sottovoce, come il rabbì alla donna del pozzo, una chiesa che sa chiedere un po' d'acqua confessando il suo bisogno, una chiesa che parla delle cose della vita, una chiesa che non invade le coscienze, che fa emergere pazientemente le attese del cuore, scavando nel bene, nel bene che rimane, rimane comunque in ogni cuore, una chiesa che non ha nel suo stile quello di far sentire un verme nessuno, ha invece la passione di portare alla luce la vena preziosa nascosta in ogni cuore senza distinzione?
È questo, me lo chiedo, lo stile che ci contraddistingue nella vita? Con che volto accostiamo l'altro, con che occhi lo guardiamo? Ci abita, dentro, lo sguardo del rabbì del pozzo per la donna samaritana? E sappiamo sognare, come faceva lui, il maestro davanti ai piccoli germogli? O ci interessa solo il cibo, la nostra voracità di cose, di persone, di potere? "Maestro mangia!": gli dicevano i discepoli di ritorno dalla città in cui erano recati a far provviste di cibo. Ma lui si era già sfamato. Dissetato lui e la donna a quell'incontro, un incontro che in ognuno aveva lasciato qualcosa. In lei, nella donna, la percezione, incancellabile, di aver trovato finalmente qualcuno che le aveva letto nel più profondo del cuore e le aveva rivolto parole che erano acqua zampillante, e in lui, Gesù, la percezione che i campi, induriti per crosta di gelo e di inverno, già si aprissero, fuori stagione, alla fioritura. Era fiorita la donna. "Levate i vostri occhi" diceva "e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura."».
(Come albero, Marzo 2007; fonte: web)
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