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DIMORARE IN DIO

Delbrêl: una fede testimoniante

17 Novembre 2014 , Scritto da DimorareinDio Con tag #Nuova evangelizzazione

Claude Dagens
vescovo di Angoulême
e accademico di Francia
 
Credo che in questo inizio incerto del 21° secolo, cinquant’anni dopo la sua morte, il 13 ottobre 1964, a Ivry, Madeleine Delbrêl ci sia donata per mostrare nel mondo la duplice vocazione che lei ha ricevuto da Dio:
a) lasciar sviluppare in noi la viva coscienza di essere poveramente, ma intensamente presenti a Dio, credendo in lui in mezzo agli altri, in particolare a quelli e quelle che fanno esperienza della sua assenza, o che rinunciano a cercarlo, o che lo considerano come un elemento marginale, come un nome che non ha alcun significato concreto. È una vocazione che implica una reale solitudine e, nello stesso tempo, una non meno reale prossimità;
b) manifestare nella Chiesa questa priorità, la priorità dell’incontro con Dio e dell’accoglienza della vita eterna che egli promette e dona in Gesù Cristo, e fare tutto affinché tale priorità sia compresa e messa in opera con perseveranza e ardore, contro venti e maree.1
È il carisma di Madeleine Delbrêl che verrà ulteriormente riconosciuto quando sarà celebrata come beata a Ivry fra qualche anno: vivere di Dio e vivere per Dio in mezzo agli uomini che lo ignorano, che lo abbandonano o lo negano e, più ancora, vivere nel mondo una reale passione per Dio, la cui presenza e azione non si misurano secondo le nostre misure umane. A partire da questa duplice convinzione, o piuttosto a partire da questi due versanti del suo carisma, vorrei cercare di comprendere:
– qual è la logica paradossale della fede in Dio in un mondo che lo ignora;
– come l’evangelizzazione può essere compresa e praticata a partire dal mistero di Dio, così come Madeleine Delbrêl l’ha percepito.
La logica della fede
Credere in Dio è un sapere. Che Madeleine Delbrêl sia diventata una credente dal
momento della sua “conversione violenta” a 20 anni, nel 1924, è un fatto incontestabile. Ma che la si possa qualificare come “teologa” può sorprendere, e avrebbe certamente sorpreso anche lei. È stato dato a Madeleine Delbrêl di pensare e di dire incessantemente il mistero di Dio, la sua verità e la sua azione nel mondo. Questo pensare su Dio, questa parola su Dio sono diventate le ragioni essenziali della sua esistenza, del suo lavoro, della sua azione, dei suoi numerosi scritti. Tutta la vita e tutta l’opera di Madeleine Delbrêl sono attraversate da questo processo che si può indicare come apologetico; non cessa mai di affermare la verità di Dio in un contesto ove tale verità è rifiutata, e non lo fa in maniera aggressiva, ma in maniera coinvolgente, paziente, tanto ragionevole quanto poco sentimentale. Per lei credere in Dio è sapere, acquisire la scienza della vita eterna di cui Dio è la sorgente.
Davanti al materialismo marxista, Madeleine Delbrêl usa le categorie della conoscenza scientifica, il linguaggio dei fatti. Sa amare, ma sa anche conoscere. È spontaneamente convinta che la fede non si oppone all’intelligenza, ma che la fede è sorgente di una nuova intelligenza del reale, del mondo e della storia. Tanto da poter collocare il suo pensiero sul versante del realismo cristiano di cui san Tommaso d’Aquino è uno di maggiori esponenti. A rischio di stupire, è necessario riconoscere che la sua teologia è una teologia realista e questa è la ragione per cui non è sempre compresa o accettata da quelli che cercano Dio attraverso il sentimento più che con la ragione.
Dà prova, a questa riguardo, di una grande originalità e di un certo coraggio. Conosce la miseria economica e sociale della popolazione di Ivry e partecipa alla sofferenza dei poveri. Ma soffre altrettanto intensamente la «miseria dello spirito» e ciò che concerne la crescente rottura fra lo spirito dell’uomo e quello che lei indica come «il mistero del reale».
Dio è presente nel tempo degli uomini. Si mostra altrettanto realista in rapporto al tempo della storia. Anche se a Ivry fa l’esperienza della forza del marxismo in quanto sistema di azione e di pensiero, ella ha il presentimento che il marxismo sarà un giorno superato e persino screditato. Non è che una forma storica provvisoria. Ma essa si interroga in modo molto più radicale sulla presenza o assenza della fede in Dio all’interno della storia degli uomini. Non è per nulla ingenua né sognatrice. Ciò che vuole criticare è la visione rattrappita di certi cristiani in rapporto al loro impegno nella storia. Non si tratta affatto di identificarsi con il tempo della storia umana, ma di riconoscere la logica paradossale di Dio all’interno del tempo storico. Nel film sempre più rapido degli eventi della storia, il posto della fede è sempre più ridotto, e talora il suo richiamo non è che l’evocazione di un passato ormai finito.
Ma questa costatazione realista non la porta a un’attitudine rassegnata o inquieta. Non accusa la secolarizzazione di cancellare la tradizione cristiana delle nostre società. Richiama piuttosto alla fede verace, alla sua logica autentica e paradossale, che è l’apertura a Dio dall’interno del tempo degli uomini. Tale percezione del tempo è assai differente dalla filosofia marxista della storia, concepita come una marcia avanzante verso un futuro radioso: «La fede, quella vera, è interamente fatta per condurci attraverso i tempi; per farci vivere nei tempi in cammino verso la vita eterna, nella vita eterna» (Athéismes et évangélisation, Paris 2010, p. 204).
Essa non si azzarda sul terreno della filosofia della storia, né su quello dell’impegno politico dei cattolici. Fa appello alla certezza radicale secondo cui Dio si rivela e si dice nella storia e che questa apertura originaria di Dio nel tempo degli uomini dà fondamento alla presenza dei credenti in tutti i tempi della storia. Si tratta di vivere l’oggi di Dio all’interno del tempo degli uomini, o più radicalmente, di vivere la nostra relazione a Dio e la relazione sua verso di noi dentro il nostro tempo.
Abbiamo torto se consideriamo queste come osservazioni superficiali. Ella sapeva quanto fosse costoso esiliare Dio lontano da noi, e farne uno straniero. Ma, anche se il pensiero marxista non domina più la nostra cultura, esistono molte altre forme di pensiero, anche nel mondo cattolico, che condannano Dio all’esilio e i credenti a vivere ripiegati su se stessi, refrattari agli altri e alla sua presenza, invece di imparare a volgersi a Dio dentro e al posto di quanti lo ignorano.
A partire dal mistero
La vocazione di Madeleine Delbrêl. La sua teologia non è speculativa. È una teologia pratica, integralmente e intimamente legata al lavoro dell’evangelizzazione. È, se si vuole, una teologia dell’evangelizzazione concepita a partire dal mistero di Dio e dall’esperienza di Dio. Una definizione che rinvia alla sua esperienza personale. È stata afferrata da Dio, abbagliata da lui. Ha compreso in maniera definitiva che la sua vita intera sarebbe stata legata a lui. Ma ha cercato per lungo tempo la forma da dare alla sua vita. Partirà per Ivry solo nel 1933, quasi dieci anni dopo la sua conversione violenta. Parte senza un progetto definito, con il solo desiderio di vivere di Dio assieme alle sue compagne in un mondo sconosciuto. Le determinazioni legate al mondo operaio e alla presenza marxista sono seconde. Non va ad evangelizzare i comunisti. Va a vivere di Dio in mezzo a loro, che negano la sua esistenza. L’evangelizzazione le appare da subito non come un progetto pastorale fra gli altri, ma come la sua ragione essenziale di vita. Tutto dovrà prendere ordine attorno a questa vocazione primaria.
Le metamorfosi del tempo presente. Perché mai possiamo prendere ispirazione da lei in un contesto storico profondamente diverso dal suo (1933-1964)? Si può rispondere facilmente, dicendo che il carattere teologale del suo impegno supera le variazioni della storia. Ma questo non ci dispensa dal prendere la misura di questi cambiamenti al fine di praticare anche noi il realismo cristiano e d’inscrivere le sue grandi intuizioni all’interno della nostra società attuale. È facile anzitutto individuare i grandi cambiamenti avvenuti nei cinquant’anni in Europa. Anzitutto l’implosione del sistema sovietico, il crollo del comunismo reale, così come pensato e praticato in Europa centrale e orientale, e, in casa nostra, la scomparsa progressiva del partito politico di riferimento che aveva dominato larghi settori della società. Noi non dobbiamo più fare i conti con l’enorme sfida di cui Madeleine Delbrêl aveva percepito le profondità sociali e culturali con le loro pretese universalistiche e la loro arte di giustificare le sofferenze e le lotte del presente in nome delle vittorie future. Non c’è più un’ideologia aggressiva da affrontare, ma piuttosto uno scetticismo diffuso, una grande difficoltà ad aprirsi al futuro in ragione degli effetti durevoli della crisi economica. E, nello stesso tempo, la tentazione del ripiegamento individuale davanti alle incertezze di un mondo precario e violento.
Oggi l’ateismo militante è raro. Ma al suo posto si constatano altri fenomeni preoccupanti per noi credenti. Anzitutto, l’accentuata ignoranza delle realtà religiose, denunciate a distanza, soprattutto laddove la presenza dei musulmani è percepita come minaccia potenziale. Con una domanda radicale che non amiamo ascoltare: la secolarizzazione provocherà la rimozione delle religioni? Bisognerà rassegnarsi a ridursi a piccoli ghetti cattolici rinchiusi su se stessi, oppure cercare di recuperare il terreno perduto, attraverso manifestazioni nello spazio pubblico e denunciando progetti anticattolici?
Davanti a simili domande è bene ascoltare i consigli di Madeleine Delbrêl che vanno ben al di là dello scontro con il sistema marxista. Essi parlano non di circostanze storiche e politiche, ma del mistero di Dio e della nostra vocazione comune a vivere di Dio e del suo mistero in un mondo che lo ignora e che, in certa misura, l’attende. Oggi come ieri l’evangelizzazione deve essere pensata e praticata all’interno della nostra fede in Dio, per quanto oscura essa sia, e all’interno del mistero di Dio che si rivela a noi. L’evangelizzazione passa sempre dalla nostra conversione e ha, in ogni caso, la forma del combattimento.
Gli ostacoli sono in noi. A questo riguardo gli avvertimenti di Madeleine non hanno perso nulla della loro pertinenza. Lei rimproverava ai cattolici del suo tempo di credersi superati dalle evoluzioni del mondo, come se il dinamismo del marxismo fosse più forte di quello della fede. È la stessa sfida che noi dobbiamo affrontare oggi quando immaginiamo che la dinamica di quanto chiamiamo la modernità sia più forte di quella dell’esperienza cristiana. La fiducia nella giovinezza attuale ed eterna di Dio deve trascinare un’altra conversione, o meglio, togliere un altro ostacolo. Non dobbiamo più cercare di avere nemici da combattere. Gli ostacoli sono in noi. Il combattimento è interiore.
Novità e giovinezza della fede. Il rinnovamento della presenza cristiana nel mondo non può essere pensato come una strategia o un’operazione programmata dall’esterno. È una realtà da vivere all’interno della nostra fede. E Delbrêl prende così le distanze dai discorsi più o meno riformatori che trattano i credenti come i membri di un’organizzazione di vecchi. Si tratta di avanzare su strade nuove, a partire dalla fede, con l’audacia di osare il cammino verso l’ignoto, rinunciando agli appoggi abituali. L’azione cristiana porta in se stessa le ragioni del cammino perché è ispirata dall’apertura stessa di Dio.
L’azione di Dio non è violenta. Così pensata e praticata, l’evangelizzazione non ha niente di improvvisato. Non si preoccupa dei risultati da ottenere. Attraversa lunghi tratti di pazienza. Sa attendere e sperare. È, ad un tempo, un atto di speranza e di fede.
Per Delbrêl la speranza cristiana si oppone alla violenza marxista che cerca il dominio del mondo appellandosi alla collera dei poveri. Lei evoca invece la forza dolce di Dio che passa attraverso la fragilità degli uomini. Ricorre per questo al linguaggio della poesia, parlando di Dio attraverso le immagini. Non si riferisce solo a Dio salvatore, ma anche al Padre creatore che tiene il mondo e l’umanità nelle sue mani. Pur conoscendo le rudezze del mondo operaio e la violenza sempre possibile delle lotte politiche e sociali, ammiro Madeleine che rimane, ad un tempo, forte e disarmata.
Oltre la sua testimonianza e i suoi scritti, ella è per noi portatrice di un appello tenace a comprendere e a praticare la nostra esistenza cristiana come una relazione permanente, discreta e intensa fra Dio e gli uomini.
 
(dalla rivista SETTIMANA, Attualità pastorale, ©Edizioni Dehoniane Bologna, 2014/40, p. 1)
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