Non bisogna giudicare il prossimo
In diversi interventi Papa Francesco, ricordando semplicemente le parole di Gesù, ha ribadito che un cristiano non deve giudicare gli altri nè deve condannare alcuno. Nell'omelia di oggi nella cappella di Casa Santa Marta ha detto: "Chiedo al Signore la grazia che il nostro cuore sia semplice, luminoso con la verità che Lui ci dà, e così possiamo essere amabili, perdonatori, comprensivi con gli altri, di cuore ampio con la gente, misericordiosi. Mai condannare, mai condannare. Se tu hai voglia di condannare, condanna te stesso, che qualche motivo avrai, eh?". Le sue parole mi hanno ricordato uno scritto di san Doroteo di Gaza, che riporto di seguito:
Non c’è nulla che irriti tanto Dio, non c’è nulla che riduca tanto l’uomo a uno stato di spogliazione e di abbandono da parte di Dio quanto il fatto di parlar male del prossimo, di giudicare o di disprezzarlo.
Altra cosa è infatti parlar male, altra cosa è giudicare e altra cosa è disprezzare. Parlare male è dire di uno: «Il tale ha mentito», oppure: «Si è adirato», oppure: «Ha fornicato», e così via. Si è già parlato male di lui, cioè si sono dette parole cattive sul suo conto, si è parlato del suo peccato, spinti dalla passione.
Giudicare invece è dire: «Quel tale è un bugiardo, è sempre in collera, è un fornicatore». Ecco, si è giudicata la disposizione stessa del suo cuore, ci si pronuncia sull’intera sua vita, si esprime un giudizio su di lui e lo si giudica in base a questo giudizio. E questo è grave.
Altra cosa è dire: «Si è adirato», altra cosa è dire: «È un uomo iroso» ed esprimere così un giudizio su tutta la sua vita. Giudicare è un peccato gravissimo, più grave di ogni altro, al punto che Cristo ha detto: «Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Lc 6,42). Il Signore ha paragonato il peccato del prossimo a una pagliuzza, il giudicare invece a una trave, tanto grave è giudicare il prossimo, peccato più grande forse di qualsiasi altro. Anche quel fariseo che pregava e ringraziava Dio per le opere buone che aveva compiuto, non mentiva, diceva la verità: ma non è per questo che fu condannato. Dobbiamo infatti ringraziare Dio per il bene che ci ha concesso di fare, perché è lui che opera con noi e che ci aiuta. Non fu dunque condannato per aver detto: «Non sono come gli altri uomini» (Lc 18,11), ma quando, rivolgendosi verso il pubblicano, disse: «Né come questo pubblicano», qui commise un grave peccato; diede un giudizio sulla sua stessa persona, sulla disposizione del suo cuore, insomma, su tutta la sua vita. E per questo il pubblicano se ne andò via giustificato a differenza di quello.
Non c’è peccato più grave e terribile, come dico spesso, del giudicare il prossimo. Perché piuttosto non giudichiamo noi stessi e i nostri mali che conosciamo così bene e di cui dovremo render conto a Dio? Perché vogliamo metterci al posto di Dio ed esser noi a giudicare? Che cosa pretendiamo dalle sue creature? Non dovremmo tremare sentendo quel che è accaduto a quel grande Anziano? aveva sapuo che un fratello aveva fornicato e aveva detto: «Quanto male ha fatto!» Non sapete quale storia terrificante si racconta su di lui nella Vita e Detti dei Padri?. Un santo angelo portò davanti a lui l’anima del fratello che aveva peccato e gli disse: «Ecco, colui che tu hai giudicato, è morto. Dove vuoi che lo mandi, nel Regno o al castigo eterno?». Vi è forse una responsabilità più terribile di questa? Che voleva dire l’angelo all’anziano se non: «Dato che tu sei il giudice dei giusti e dei peccatori, dimmi: che cosa comandi per questa anima? Vuoi farle misericordia o vuoi castigarla?».
Quel santo Anziano rimase così sconvolto da passare il resto della sua vita in gemiti, lacrime e mille fatiche, supplicando Dio di perdonargli il suo peccato. E questo fece dopo che si era prostrato con la faccia a terra ai piedi dell’angelo e ne aveva ricevuto il perdono.
Le parole dell’angelo infatti: «Ecco Dio ti ha mostrato quanto sia grave giudicare il prossimo; non farlo mai più» erano un segno di perdono. (…)
E noi che cosa pretendiamo dunque dal prossimo? Perché vogliamo portare un peso che non ci spetta? Abbiamo di che preoccuparci, fratelli! Ciascuno badi a se stesso e ai propri mali. Solo a Dio spetta giustificare e condannare, a lui che conosce la situazione di ciascuno, le sue forze, il suo modo di comportarsi, i suoi carismi, il suo temperamento, le sue possibilità e giudica ciascuno secondo tutto quello che lui solo conosce. Dio infatti giudica in modo diverso un vescovo o un principe, l’igùmeno e il discepolo, l’Anziano e il giovane, chi è malato e chi è sano. E chi può conoscere questi giudizi, se non colui che tutto ha creato, che tutto ha plasmato e che tutto conosce? (…)
L'uomo non può saper nulla dei giudizi di Dio, ma Dio solo capisce tutto e può giudicare ciascuno, come lui solo sa. In verità può succedere che un fratello nella sua semplicità faccia qualcosa o quell'unica cosa è gradita a Dio più che la tua vita intera, e tu ti fai giudice e lo condanni?
E se pure gli capita di peccare, come puoi sapere quante lotte ha sostenuto, quante volte ha versato il sangue prima di fare il male? Forse il suo peccato è computato a giustizia agli occhi di Dio, perchè Dio vedendo la sua pena, il tormento che ha patito prima di fare il male ne ha misericordia e lo perdona. E se Dio lo perdona, tu oseresti condannarlo perdendo la tua anima? Che ne sai tu di quante lacrime ha versato davanti a Dio per questo suo peccato? Tu hai visto il peccato, ma non sai nulla del suo pentimento.
A volte non ci accontentiamo di giudicare, ma arriviamo anche a disprezzare. L’ho già detto: una cosa è giudicare, altra cosa è disprezzare. Disprezziamo un fratello quando non solo lo giudichiamo, ma ne proviamo anche disprezzo, cioè detestiamo il prossimo, ne abbiamo disgusto come fosse qualcosa di ripugnante ed è cosa peggiore e molto più grave che giudicare.
Ma chi vuole essere salvato non bada nemmeno ai peccati del prossimo, pensa sempre ai propri, e così fa progressi. Come ad esempio faceva quel monaco che vide il fratello peccare e disse gemendo: «Guai a me! oggi ha peccato lui, domani io sicuramente». Vedi che prudenza! Vedi com’era ben disposto il suo cuore, come ha trovato subito il modo di evitare di giudicare il fratello! Dicendo: «Sicuramente domani peccherò io», si è inculcato timore e inquietudine per il peccato che avrebbe potuto compiere e così ha evitato di giudicare il prossimo. Ma non si è limitato a non giudicarlo, si è abbassato al di sotto del fratello, dicendo: «Lui si pente del suo peccato, io invece non mi pento certamente, non ci arrivo di certo, non ho proprio la forza di pentirmi». Vedi la luce che riempie quest’anima divina. Non solo ha potuto evitare di giudicare il prossimo, ma si è pure messo al di sotto di lui. E noi, miserabili crature, giudichiamo, proviamo avversione per gli altri, li disprezziamo se ci capita di vedere, o udire, o anche solo sospettare qualcosa. Ma quel che è peggio, non contenti del male che facciamo a noi stessi, appena incontriamo un altro fratello, gli diciamo subito: «È accaduta questa cosa» e così facciamo del male anche a lui e seminiamo il peccato nel suo cuore. Non abbiamo timore di colui che ha detto: «Guai a chi fa bere veleno al suo prossimo» (Ab 2,15).
Noi facciamo le opere del diavolo e non ce ne importa nulla. Che altro fa un demonio se non turbare e far del male? E noi aiutiamo il demonio a operare la rovina nostra e del prossimo. Chi fa del male a un'anima infatti aiuta il demonio nella sua opera; chi invece le fa del bene opera con i santi angeli.
Ma da dove ci vengono tutti questi mali se non dal fatto che non abbiamo in noi l'amore? Se avessimo in noi l'amore unito alla compassione, non ci cureremmo dei peccati del prossimo, come dice la Scrittura: «L'amore non tiene conto del male, tutto copre…» (1 Cor 13,5-6) e «L'amore copre una moltitudine di peccati» (1 Pt 4,8). Se noi dunque, come ho detto, avessimo in noi l'amore, l'amore stesso coprirebbe ogni peccato; e noi saremmo come i santi quando vedono i difetti degli uomini. Non sono certo ciechi i santi, così da non vedere i peccati. E chi odia il peccato tanto quanto i santi? Eppure non odiano chi ha commesso il peccato, non lo giudicano, non fuggono lontano da lui, ma ne hanno compassione, lo consigliano, lo consolano, hanno cura di lui come di un membro malato, fanno di tutto per salvarlo.
E così anche i santi con la loro pazienza e il loro amore attirano a sé il fratello e non lo cacciano via a calci, disgustati; ma come una madre , se ha un figlio deforme, non l’abbandona inorridita, ma volentieri lo adorna e fa tutto il possibile per renderlo bello, così i santi proteggono sempre chi ha peccato, lo adornano, se ne prendono cura per correggerlo al momento opportuno, per impedirgli di far del male ad altri e per crescere essi stessi nell’amore di Cristo.
Che fece il santo Ammonas quando i fratelli turbati vennero a dirgli: «Vieni a vedere, abba, c’è una donna nella cella di quel fratello»? Quale misericordia dimostrò, quale amore aveva in cuore quel santo! Sapeva che il fratello teneva nascosta la donna dentro la botte e quando arrivò, si sedette sopra la botte e diede ordine che cercassero per tutta la cella. Ma i fratelli non la trovarono e allora disse loro: «Dio vi perdoni»; e così li svergognò e li aiutò a non credere facilmente al male che vien detto contro il prossimo. E poi fece rinsavire anche quel fratello non solo proteggendolo dopo Dio, ma anche correggendolo al momento opportuno. Fece uscire tutti; quindi gli prese semplicemente la mano e gli disse: «Bada a te stesso, fratello». Immediatamente il fratello fu preso da dolore e compunzione, immediatamente agirono sul suo cuore l’amore e la compassione dell’Anziano.
Acquistiamo dunque anche noi l’amore, cerchiamo di aver anche noi compassione per i fratelli e così ci terremo lontani dalla terribile maldicenza, dal giudicare o disprezzare gli altri. Offriamo aiuto l’uno all’altro come a membra del nostro corpo. Chi ha una ferita a una mano o a un piede o in qualche altra parte, non ha certo disgusto di se stesso, non taglia certamente il membro anche se va in cancrena, cerca piuttosto di ripulirlo, di lavarlo, di medicarlo e fasciarlo, l’unge di olio santo, prega e invoca i santi perché preghino per lui, come diceva anche abba Zosima. Insomma non abbandona il membro malato, non si volge via disgustato dal cattivo odore, ma fa di tutto per guarire. Così dobbiamo aver compassione anche noi gli uni degli altri, aver cura di noi stessi da soli o con l’aiuto di altri più capaci, pensare e far di tutto per esser d’aiuto a noi stessi e agli altri. Perché come dice l’apostolo: «Siamo membra gli uni degli altri» (Rm 12,5). E se dunque noi tutti formiamo un solo corpo e se ciascuno, per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri, se un membro soffre, tutti i membri soffrono insieme a lui (1 Cor 12,26).
Secondo voi che cosa sono le comunità? non sono un unico corpo, in cui tutti sono membra gli uni degli altri? (...)
(da Doroteo di Gaza, SCRITTI E INSEGNAMENTI SPIRITUALI, Edizioni Paoline, Roma 1980, traduzione di Lisa Cremaschi, pp. 122-130 [non sono state riprodotte le note a piè di pagina])
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