L'eccesso di Gesù e l'eccesso del discepolo
«Quando per esempio [Gesù] dice: «Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Giovanni 10,11), questo […] è un andare al di là dei doveri del buon pastore; nessuno può pretendere che, quando le cose vanno male, egli non si ponga in salvo. Gesù parla di un mettersi in gioco gratuitamente, liberamente, senza necessità alcuna.
Così pure quando dichiara che deve andare a Gerusalemme dove soffrirà molto e sarà respinto (cfr. Matteo 16,21) e accetta tutto questo, comprendiamo che sceglie l’eccedenza, per cui, essendo in forma divina, non considera un tesoro geloso l’uguaglianza con Dio, ma se ne spoglia, se ne priva, assume la condizione non solo di uomo, ma di servo e di servo crocifisso. (cfr. Filippesi 2,6-8). È la stessa eccedenza che fa esclamare a san Paolo: «Mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Galati 2,20). È l’eccedenza dell’Eucaristia, dove Gesù si dona a noi in cibo e bevanda: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Giovanni 6,51). Dandosi in cibo e bevanda per noi, egli compie l’azione più imprevedibile della storia.
Eccedenza è tutta la vita di Gesù e ne costituisce il senso. È lo stesso eccesso del Padre, che ha dato il suo Figlio per nostro amore: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Giovanni 3,16).
Dunque l’eccedenza è la regola, la chiave della vita di Gesù, caratterizzata fin dall’inizio come totalità, dedizione gratuita, dedizione senza riserve anche per colui al quale non deve nulla, anche per colui che l’ha tradito.
Dell’eccedenza, che è la sua vita, il suo dare la vita per amore, Gesù trae anche la regola nostra, la regola del cristiano.
Leggiamo: «Gesù cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire» - ma perchè doveva soffrire? È tutta eccedenza, tutta gratuità - «ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli serbi, poi venire ucciso e dopo tre giorni risuscitare» un altro eccesso di vita -. «Gesù faceva questo discorso apertamente» (Marco 8,31-32). Pietro lo prende in disparte, lo rimprovera in nome del buon senso comune e il Maestro risponde: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (v. 33). Dunque gli uomini pensano secondo misura, Dio pensa secondo eccedenza.
E subito dopo la diatriba con Pietro, Gesù, convocata la folla, insegna: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (v. 34)
È tutto eccesso. Neppure il Discorso della montagna, che mostra un rigore di legge superiore a quello degli scribi e dei farisei, ha richieste così forti: rinnegare se stesso, prendere la croce. Il Discorso parla di una perfezione alta, altissima, di una nobilissima etica delle intenzioni, e tuttavia qui siamo oltre: «Prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e de vangelo la salverà» (v. 35). Ci accorgiamo che è tutta gratuità.
L’eccedenza che è la regola del Vangelo la troviamo per esempio anche nella risposta di Gesù al notabile ricco: «Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli, poi vieni e seguimi» (Luca 18,22). Il Discorso della montagna non dà questo consiglio eccessivo, totalizzante. E subito dopo il Signore annuncia di nuovo che andrà a Gerusalemme e sarà consegnato ai pagani, schernito, oltraggiato, coperto di sputi e che, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgere (cfr. vv. 31-34).
C’è dunque omologia tra la vita di Gesù e quella del discepolo: come è il suo, tale è il destino dell’uomo. Questo è il cristianesimo.
Noi viviamo questo eccesso in ogni nostro atto che va al di là del puro dovere, del dare e ricevere, là dove viviamo un’obbedienza che costa («non sia fatta la mia, ma la tua volontà» Luca 22,41) o un perdono che ripugna.
E di fronte a tanti esempi di eroica “eccessività” che non mancano intorno a noi, avvertiamo qualcosa di fortemente evangelico che ci attrae, ci conquista, è per così dire intoccabile, inappuntabile, non tollera obiezione alcuna, perché ha una forza nativa che nasce dalla stessa imitazione di Gesù e dal Mistero di Dio così come in esso si manifesta.
[…] la vita stessa così come è vissuta dal cristiano è giocata sull’eccesso, sull’eccedenza, sul superamento, sul fidarsi al di là di ciò che si può verificare, sul donarsi senza riserve, sulla gratuità. Tutta la nostra vita ci appare allora, pur nella sua banalità, come segnata da questo «fuoco che brucia», da questo oltrepassare ciò che è puramente l’esigenza della retta ragione, del calcolo ben fatto. Ogni atto ispirato dalla fede fa parte della dinamica dell’uscire da sé: ogni gentilezza al di là di quello che è puramente richiesto dalle norme rigide di cortesia; ogni gesto di carità, di bontà; ogni attenzione verso l’altro, ogni prevenzione gratuita di un desiderio altri; ogni accettazione di situazioni un po’ pesanti, ogni momento di perdono anche in piccole cose di famiglia, sanno già di questo eccesso, sono questa vita cristiana. Dobbiamo quindi grandemente rallegrarci, perché il regno di Dio è qui, non dobbiamo aspettare chissà quali occasioni: è nel compiere il proprio dovere con dedizione, nel perdonare agli altri le mancanze quotidiane, nel porsi come piccoli di fronte al Regno, nel vivere la vita anche un po’ monotona e faticosa; e nel vivere pure la preghiera senza vedere che siamo esauditi – la stessa preghiera è un eccesso, è una fiducia totale senza riscontro-.
In altri termini, se l’eccesso è una forma eroica e l’eroismo non è una realtà che si possa vivere quotidianamente – già è molto viverlo qualche volta – c’è però un eroismo che può diventare anche quotidiano. L’adesione di fede dà a ogni momento dell’esistenza cristiana, nella vita e nella morte, la qualifica dell’estasi, pur nella semplicità, non in modo necessariamente sconvolgente.
Scrive bene il padre Lafont […] che il Mistero pasquale ci manifesta la profondità ultima della persona, la sua possibilità di estasiarsi completamente verso l’altro. La risposta totale di Cristo alla parola di Dio, la risposta del Getsemani, il suo bere il calice del Padre, determina la salvezza dell’uomo e lo porta al di là di ciò che sarebbe richiesto come minimo per salvarsi, accettando il salto del vangelo, considerando la prova della fede come partecipazione alla prova di Gesù».
(da Carlo Maria Martini, Le tenebre e la luce, Edizioni Piemme)
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