Risposta a diverse falsità sul Novus Ordo Missae (1)
In un post segnalato su Twitter da alcuni utenti, è stato pubblicato un testo (dal titolo "Perché diciamo no alla nuova Messa? E sì alla Santa Messa in Rito Romano Antiquior"), costituito da circa sessanta dichiarazioni, in cui l’autore/autrice (d’ora in poi A.) attacca senza scrupoli il Novus Ordo Missae. In questo testo vengono elencati i motivi, per i quali alcuni rifiutano la Messa riformata da Papa Paolo VI dopo il Concilio Vaticano II. Ho deciso di riprendere il testo in questione e di dare una risposta a quelli che ritengo essere luoghi comuni pretestuosi e ideologici. In questa risposta mi limiterò a dimostrare l’inconsistenza di tali asserzioni, facendo riferimento ai testi ufficiali del Magistero; infatti, ritengo che, in qualunque ambito ci si muova, i motivi per accettare o rifiutare qualcosa devono basarsi su argomentazioni serie e ben fondate, che tengano conto della realtà oggettiva. Nel caso specifico, ammesso e non concesso che si possa rifiutare la liturgia approvata dal Magistero della Chiesa, le motivazioni addotte da chi rifiuta devono basarsi su quanto dicono i documenti ufficiali e non sulle impressioni personali del singolo o sul nulla. A mio modo di vedere, l’A. è libero di preferire l’Ordo Missae che più gli piace e che è più vicino alla sua sensibilità, ma non ha il diritto di giudicare il Novus Ordo Missae nei modi e nei toni utilizzati nell’articolo. Infatti, avrebbe fatto meglio a mettere in luce gli aspetti positivi del Vetus Ordo, invece di scrivere imprecisioni, luoghi comuni e falsità sul Novus, per far colpo sui lettori culturalmente indifesi. La mia analisi vuole mettere in guardia questi ultimi; infatti, i lettori di questo mio intervento, dopo che avrò fornito una serie di elementi per consentire una corretta valutazione della questione, potranno farsi un’idea circa la fondatezza delle asserzioni riportate nell’articolo, che mi accingo ad analizzare. Ovviamente, per evitare di rendere troppo pesante la lettura, tralascerò alcuni punti (pochi) meno importanti, concentrandomi su quelli a cui ritengo si debba dare una risposta. Il grassetto presente nelle risposte alle critiche dell'A. è mio.
Leggendo i diversi punti (che riporto di seguito come sono presenti nel post originale, ossia numerati e in grassetto), ho notato che l’A. fa alcune citazioni da un testo, dal titolo “Breve esame critico del Novus Ordo Missae”, a cui è allegata una lettera scritta al Papa Paolo VI e firmata dai cardinali A. Ottaviani e A. Bacci. Dico subito che quell’“esame critico” non ha alcun valore o importanza. Infatti, subito dopo la pubblicazione della lettera, in un articolo, ripubblicato di recente dalla “Rivista Liturgica” (Edizioni Messaggero Padova), n. 3, del maggio-giugno 2009, alle pagg. 449-460, il liturgista dom Cipriano Vagaggini confutò le loro accuse; inoltre, il Papa Paolo VI ha risposto loro punto per punto nel Proemio dell’Institutio Generalis Missalis Romani (IGMR) del 1969 per giustificare l’ortodossia e la legittimità del Messale.
1. Perché la nuova Messa non è una professione in equivoca della Fede cattolica (come la Messa Tradizionale), è ambigua e protestante. Pertanto, dato che preghiamo in accordo con ciò che crediamo, è naturale che non possiamo pregare con la nuova Messa alla maniera protestante e al tempo stesso credere che siamo cattolici!
Come risposta a questa prima grave e delirante accusa, posso dire così: quod gratis adfirmatur, gratis negatur! Queste gravi affermazioni andrebbero prima motivate con argomentazioni valide.
2. Perché le variazioni non sono state solo di lieve entità, ma di fatto comportano “un fondamentale rinnovamento… un mutamento totale… una nuova creazione” (A. Bugnini, co-autore della nuova Messa).
Inviterei l’A. a riportare la citazione esatta (non i frammenti che circolano sul web) attribuita a mons. A. Bugnini, per poter leggere il contesto da cui quei termini sono tratti. Non è serio isolare alcuni termini per fare colpo sul lettore e instillare l’idea che la riforma liturgica sia talmente nuova da essere non ortodossa. Chi ha letto il testo del Bugnini “La riforma liturgica (1948-1975)” sa bene cosa intendeva dire il noto liturgista.
3. Perché la nuova Messa ci porta a pensare che “le verità possono essere alterate o ignorate senza infedeltà nei confronti del sacro deposito della dottrina al quale la Fede cattolica è eternamente legata (Cardinali Bacci e Ottaviani, Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae).
4. Perché la nuova Messa “rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio di Trento”, il quale, fissando i «canoni» del rito, eresse “una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del Mistero” (ivi).
Anche in questo caso è d’obbligo la domanda: quali sono le prove che dimostrerebbero che le verità della fede possono essere alterate o ignorate? Quali sono le prove che dimostrerebbero l’impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Messa? Fin qui ho letto solo affermazioni gratuite e prive di fondamento. Inoltre, inviterei l’A. a leggere quanto è scritto nei nn. 2-3 dell’OGMR, che afferma l’esatto contrario di quanto detto senza fondamento nel punto 4: «Anche il mistero mirabile della presenza reale del Signore sotto le specie eucaristiche è affermato dal Concilio Vaticano II e dagli altri documenti del magistero della Chiesa, nel medesimo senso e con la medesima dottrina con cui il Concilio di Trento l’aveva proposto alla nostra fede» (OGMR n. 3).
5. Perché la differenza tra le due Messe non sta semplicemente in una questione di mero dettaglio o solo in una modifica della cerimonia, ma “tutto ciò che è di valore perenne riceve solo uno spazio di minore importanza (nella nuova Messa), ancorché sussista ancora”
Cosa intenda l’A. con “tutto ciò che è di valore perenne” non è specificato. Sembra quasi che egli giochi con l’uso di certi termini per colpire emotivamente il lettore, invece di giustificare le sue affermazioni, che copia e incolla dall’“esame critico” già segnalato. Comunque, sulla questione delle “modifiche” vorrei citare le affermazioni di due grandi Concili della Chiesa e di Pio XII, che dicono la medesima cosa:
«La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi» (Concilio di Trento, Sessione XXI, cap. II);
«La sacra Liturgia, difatti, consta di elementi umani e di elementi divini: questi, essendo stati istituiti dal Divin Redentore, non possono, evidentemente, esser mutati dagli uomini; quelli, invece, possono subire varie modifiche, approvate dalla sacra Gerarchia assistita dallo Spirito Santo, secondo le esigenze dei tempi, delle cose e delle anime» (Mediator Dei);
«Questa [la liturgia, ndr] infatti consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o addirittura devono variare, qualora si siano introdotti in esse elementi meno rispondenti alla intima natura della liturgia stessa, oppure queste parti siano diventate non più idonee. In tale riforma l'ordinamento dei testi e dei riti deve essere condotto in modo che le sante realtà che essi significano, siano espresse più chiaramente e il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria» (Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium (d’ora in poi SC), n. 21).
«Per questo i riti, conservata fedelmente la loro sostanza, siano semplificati; si sopprimano quegli elementi che, col passare dei secoli, furono duplicati o aggiunti senza grande utilità; alcuni elementi invece, che col tempo andarono perduti, siano ristabiliti, secondo la tradizione dei Padri, nella misura che sembrerà opportuna o necessaria» (SC, n. 50).
Quindi, la Chiesa ha il potere di modificare o cambiare nei sacramenti o nella liturgia quegli elementi o parti, che si ritengono più utili per chi li riceve o per la venerazione dei sacramenti oppure qualora in essi si fossero insinuati degli elementi meno rispondenti all’intima natura della liturgia o fossero meno opportuni. Tuttavia, la Chiesa può esercitare questa facoltà salva la sostanza dei sacramenti o in quella parte della liturgia che non è di istituzione divina. Ciò che è asserito nel punto 5 è molto generico e sembra ignorare palesemente le parole del Magistero.
10. Perché “le ragioni pastorali addotte in appoggio a tale grave rottura con la Tradizione… non ci sembrano adeguate”.
Dove sono le prove che giustifichino tale asserzione?
Al contrario di quanto scritto, l’OGMR nel Proemio dice: «Allo stesso modo le presenti norme, stabilite in base alle decisioni del Concilio Ecumenico Vaticano II, come anche il nuovo Messale, che d’ora in poi la Chiesa di Rito romano utilizzerà per celebrare la Messa, sono una prova di questa sollecitudine della Chiesa, della sua fede e del suo amore immutato verso il grande mistero eucaristico, e testimoniano la sua continua e ininterrotta tradizione, nonostante siano state introdotte alcune novità» (n. 1).
Il testo esprime il medesimo concetto nei paragrafi successivi, di cui riporto solo i numeri per motivi di spazio, confidando che i solerti lettori vadano a leggere gli interi paragrafi sull’OGMR: nn. 2, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 15. Leggendo questi punti, essi avranno anche una risposta chiara riguardo alle asserzioni precedenti.
Per rispetto alla Tradizione bisogna tornare alle sue fonti. Nella Apologia Prima, San Giustino martire descrive la Messa del suo tempo (150 d.C.), mostrando che essa ha la medesima struttura della Messa codificata nel Messale di Paolo VI. Ricordo questo per affermare che dal II secolo fino ad oggi, per quanto riguarda la struttura della Messa, non c’è stata mai rottura con la Tradizione, ma continuità. Ecco cosa scrive Giustino:
«E nel giorno chiamato “del Sole” ci si raduna tutti insieme, abitanti delle città o delle campagne, e si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, finché il tempo consente. Poi, quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere; e, come abbiamo detto, terminata la preghiera, vengono portati pane, vino ed acqua, ed il preposto, nello stesso modo, secondo le sue capacità, innalza preghiere e rendimenti di grazie, ed il popolo acclama dicendo: “Amen”. Si fa quindi la spartizione e la distribuzione a ciascuno degli alimenti consacrati, ed attraverso i diaconi se ne manda agli assenti. I facoltosi, e quelli che lo desiderano, danno liberamente ciascuno quello che vuole, e ciò che si raccoglie viene depositato presso il preposto. Questi soccorre gli orfani, le vedove, e chi è indigente per malattia o per qualche altra causa, e i carcerati e gli stranieri che si trovano presso di noi: insomma, si prende cura di chiunque sia nel bisogno» (LXVII, 3-6).
Seguendo l’ordine della descrizione, si può vedere: il radunarsi della comunità presieduta da un presidente (dal greco προεστός = presidente, preposto), liturgia della Parola, l’omelia, la preghiera dei fedeli, l’offertorio, la Preghiera Eucaristica, la Comunione. Da notare la partecipazione del popolo alla preghiera.
11. Perché la nuova Messa non manifesta la fede nella Presenza Reale di Nostro Signore – la Messa Tradizionale la manifesta inequivocabilmente.
Questa è un’altra grave e delirante affermazione gratuita, che respingo al mittente perché è una falsità. Sempre nell’OGMR, al n. 3, Paolo VI scrive: «Anche il mistero mirabile della presenza reale del Signore sotto le specie eucaristiche è affermato dal Concilio Vaticano II e dagli altri documenti del magistero della Chiesa, nel medesimo senso e con la medesima dottrina con cui il Concilio di Trento l’aveva proposto alla nostra fede. Nella celebrazione della Messa, questo mistero è posto in luce non soltanto dalle parole stesse della consacrazione, che rendono Cristo presente per mezzo della transustanziazione, ma anche dal senso e dall’espressione esteriore di sommo rispetto e di adorazione di cui è fatto oggetto nel corso della Liturgia eucaristica. Per lo stesso motivo, il Giovedì santo, nella celebrazione della Cena del Signore, e nella solennità del Corpo e del Sangue del Signore, il popolo cristiano è chiamato a onorare in modo particolare, con l’adorazione, questo mirabile sacramento». Quindi, anche i gesti e gli atteggiamenti del corpo sono adeguati ad esprimere la fede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia; infatti, al n. 43 è detto: «[I fedeli] s’inginocchino poi alla consacrazione, a meno che lo impediscano lo stato di salute, la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri ragionevoli motivi. Quelli che non si inginocchiano alla consacrazione, facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione».
12. Perché la nuova Messa confonde la Presenza Reale di Cristo nell’Eucarestia con la Sua Presenza mistica tra di noi (avvicinandosi alla dottrina protestante).
Comincio a pensare che la serietà non sia una dote dell’A., che continua a fare false asserzioni, influenzate anche da una certa polemica anti-protestante, quasi fossimo ancora in piena età della Controriforma. Quali sarebbero le parti del Messale che creerebbero questa confusione? Per quanto riguarda la Presenza reale, nell’Istruzione “Eucharisticum Mysterium” dell’allora Sacra Congregazione dei Riti, al n. 55, dice: « Nella celebrazione della Messa appaiono manifesti successivamente i principali modi in cui Cristo è presente alla sua Chiesa, poiché, in primo luogo, egli appare presente nella stessa assemblea dei fedeli, riunita nel suo nome; poi nella sua Parola, quando viene letta e spiegata la Scrittura, e nella persona del ministro; infine, e in modo speciale, sotto le Specie eucaristiche». Paolo VI spiega molto bene i vari modi di presenza di Cristo nella sua Chiesa, riportati in SC 7, nell’encilcica “Mysterium Fidei”, ai nn. 35-40. Al n. 40 egli dice che nell’Eucaristia «tale presenza si dice “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”, ma per antonomasia perché è sostanziale, e in forza di essa, infatti, Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente». Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica (d’ora in poi CCC), al n. 1374, riprende queste parole e spiega in modo preciso e inequivocabile il medesimo concetto. Infine, consiglio la lettura di quanto è scritto nel medesimo CCC ai nn. 1373-1390 su questo tema.
13. Perché la nuova Messa rende indistinta quella che dovrebbe essere la differenza ben definita tra sacerdozio gerarchico e sacerdozio comune del popolo (come fa il protestantesimo).
Non c’è alcun elemento della liturgia riformata che rende indistinta la differenza tra sacerdozio ministeriale e quello comune dei battezzati. Sempre nell’OGMR, ai nn. 4-5, leggiamo: «La natura del sacerdozio ministeriale, che è proprio del Vescovo e del presbitero, in quanto offrono il sacrificio nella persona di Cristo e presiedono l’assemblea del popolo santo, è posta in luce, nella forma stessa del rito, dal posto eminente del sacerdote e dalla sua funzione. I compiti di questa funzione sono indicati e ribaditi con molta chiarezza nel prefazio della Messa crismale del Giovedì santo, giorno in cui si commemora l’istituzione del sacerdozio. Il testo sottolinea la potestà sacerdotale conferita per mezzo dell’imposizione delle mani e descrive questa medesima potestà enumerandone tutti gli uffici: è la continuazione della potestà sacerdotale di Cristo, Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza.
Questa natura del sacerdozio ministeriale mette a sua volta nella giusta luce un’altra realtà di grande importanza: il sacerdozio regale dei fedeli, il cui sacrificio spirituale raggiunge la sua piena realizzazione attraverso il ministero del Vescovo e dei presbiteri, in unione con il sacrificio di Cristo, unico Mediatore. La celebrazione dell’Eucaristia è infatti azione di tutta la Chiesa. In essa ciascuno compie soltanto, ma integralmente, quello che gli compete, tenuto conto del posto che occupa nel popolo di Dio».
In virtù del sacerdozio comune o battesimale (CCC n. 1268) i fedeli che partecipano alla Messa offrono al Padre il sacrificio di Cristo in unione e per mezzo del sacerdote, al quale è stato conferito il sacerdozio ministeriale mediante il Sacramento dell’Ordine. Nella celebrazione dell’Eucaristia egli consacra il pane e il vino perché diventino il Corpo e il Sangue di Cristo e li offre al Padre in unione a tutta l’assemblea. Come si vede, il sacerdozio comune e il sacerdozio ministeriale sono di natura diversa, non si contrappongono né si escludono, ma si distinguono e si integrano nel senso che il secondo è al servizio del primo. Quindi, il servizio ministeriale passa attraverso il servizio reso all’assemblea. Inoltre, si legga quanto afferma il CCC ai nn. 1140-1142. Detto in altri termini, la celebrazione eucaristica deve manifestare contemporaneamente l’unità delle membra in un solo corpo, formato da tutti i battezzati, ragion per cui vi è la partecipazione piena e totale dei fedeli alla liturgia, e la natura gerarchica della Chiesa nel rispetto della diversità dei ruoli: «La celebrazione eucaristica è azione di Cristo e della Chiesa, cioè del popolo santo riunito e ordinato sotto la guida del Vescovo. Perciò essa appartiene all’intero Corpo della Chiesa, lo manifesta e lo implica; i suoi singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, dei compiti e dell’attiva partecipazione. In questo modo il popolo cristiano, “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato” manifesta il proprio coerente e gerarchico ordine. Tutti perciò, sia ministri ordinati sia fedeli laici, esercitando il loro ministero o ufficio, compiano solo e tutto ciò che è di loro competenza» (OGMR 91).
14. Perché la nuova Messa favorisce la teoria eretica che è la fede del popolo e non le parole del sacerdote che rendono presente Cristo nell’Eucarestia.
Ennesima affermazione falsa e priva di fondamento. Il CCC è chiaro a riguardo e ai nn. 1411-1413 dice: «Soltanto i sacerdoti validamente ordinati possono presiedere l'Eucaristia e consacrare il pane e il vino perché diventino il Corpo e il Sangue del Signore.
I segni essenziali del sacramento eucaristico sono il pane di grano e il vino della vite, sui quali viene invocata la benedizione dello Spirito Santo e il sacerdote pronunzia le parole della consacrazione dette da Gesù durante l'ultima Cena: “Questo è il mio Corpo dato per voi. [...] Questo è il calice del mio Sangue”.
Mediante la consacrazione si opera la transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo. Sotto le specie consacrate del pane e del vino, Cristo stesso, vivente e glorioso, è presente in maniera vera, reale e sostanziale, il suo Corpo e Sangue con la sua anima e divinità».
Nel rito della Messa tutto avviene come riassunto in questi punti. Chi vi partecipa ogni domenica lo sa molto bene.
15. Perché l’inserimento della “preghiera dei fedeli” luterana nella nuova Messa segue e presenta l’errore protestante che tutti sarebbero sacerdoti.
L’asserzione rivela quanto sia galoppante l’ignoranza di chi l’ha scritta. Al contrario di quanto dice l’A., la preghiera dei fedeli è cattolica ed ha un’origine antichissima. Essa era presente sia in Occidente sia in Oriente; in particolare, nel Rito Romano è rimasta fino il VI secolo. San Giustino martire ne parla nella sua Apologia Prima, dove si può constatare che la preghiera dei fedeli viene fatta prima della presentazione dei doni: «Noi allora, dopo aver così lavato chi è divenuto credente e ha aderito, lo conduciamo presso quelli che chiamiamo fratelli, dove essi si trovano radunati, per pregare insieme fervidamente, sia per noi stessi, sia per l'illuminato, sia per tutti gli altri, dovunque si trovino, affinché, appresa la verità, meritiamo di essere nei fatti buoni cittadini e fedeli custodi dei precetti, e di conseguire la salvezza eterna. Finite le preghiere, ci salutiamo l'un l'altro con un bacio. Poi al preposto dei fratelli vengono portati un pane e una coppa d'acqua e di vino temperato; egli li prende ed innalza lode e gloria al Padre dell'universo nel nome del Figlio e dello Spirito Santo, e fa un rendimento di grazie per essere stati fatti degni da Lui di questi doni.
(…) Poi, quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere; e, come abbiamo detto, terminata la preghiera, vengono portati pane, vino ed acqua, ed il preposto, nello stesso modo, secondo le sue capacità, innalza preghiere e rendimenti di grazie, ed il popolo acclama dicendo: “Amen”. Si fa quindi la spartizione e la distribuzione a ciascuno degli alimenti consacrati, ed attraverso i diaconi se ne manda agli assenti» (LXV, 1-3 e LXVII, 4-5).
Inoltre, riguardo alla preghiera dei fedeli sono presenti altre testimonianze nella “Tradizione Apostolica” e nelle “Costituzioni Apostoliche”; in quest'ultimo testo si viene anche a conoscenza che le preghiere hanno la stessa struttura delle orazioni del Venerdì Santo del Rito Romano. Il Concilio Vaticano II l’ha riscoperta e ha voluto che fosse ripristinata (SC 53) e così è stato. L’OGMR, al n. 69, ne sottolinea l’aspetto teologico: «Nella preghiera universale, o preghiera dei fedeli, il popolo, risponde in certo modo alla parola di Dio accolta con fede e, esercitando il proprio sacerdozio battesimale, offre a Dio preghiere per la salvezza di tutti».
16. Perché la nuova Messa elimina il Confiteor del sacerdote, rendendolo collettivo col popolo, e promuovendo così il rifiuto di Lutero di accettare la dottrina cattolica - che il sacerdote è giudice, testimone e intercessore presso Dio.
Vedo che il nostro A. è ossessionato da Lutero e dal protestantesimo, che non smette mai di citare inutilmente. A mio modo di vedere, che il sacerdote e l’assemblea preghino insieme il Confiteor è un aspetto positivo della riforma, non negativo. Se prima la Messa era un “affare” del prete, ora tutto il popolo vi partecipa attivamente, secondo quanto voluto dal Concilio Vaticano II. Ciò che compete al sacerdote non viene meno; infatti, dopo aver confessato il suo peccato a Dio insieme all’assemblea, è il solo sacerdote a chiedere perdono per l’assemblea, recitando la formula tradizionale (“Dio onnipotente abbia misericordia di noi, ecc.”), in quanto è l’unico che può pronunciare quella che è la “formula di assoluzione”, alla quale il popolo risponde con l’Amen. L’OGMR, al n. 51, « Quindi il sacerdote invita all’atto penitenziale, che, dopo una breve pausa di silenzio, viene compiuto da tutta la comunità mediante una formula di confessione generale, e si conclude con l’assoluzione del sacerdote, che tuttavia non ha lo stesso valore del sacramento della Penitenza».
17. Perché la nuova Messa ci dà ad intendere che il popolo concelebra col sacerdote – il che è contro la teologia cattolica.
Forse il nostro A. con il termine “teologia cattolica” intende quanto è scritto nel Catechismo di San Pio X al n. 660: «Il primo e principale offerente del sacrificio della santa Messa è Gesù Cristo, e il sacerdote è il ministro che in nome di Gesù Cristo offre lo stesso sacrificio all'Eterno Padre». Peccato che ciò che dice Pio X è la stessa cosa che viene detta nel CCC, al n. 1367, che sviluppa il discorso in un contesto teologico più ampio: «Il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio. Si tratta infatti di una sola e identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per il ministero dei sacerdoti». Poi, più avanti - tenendo conto di quanto prescrive l’OGMR ai nn. 95-96: «I fedeli nella celebrazione della Messa formano la gente santa, il popolo che Dio si è acquistato e il sacerdozio regale, per rendere grazie a Dio, per offrire la vittima immacolata non soltanto per le mani del sacerdote ma anche insieme con lui, e per imparare a offrire se stessi (…). Formino invece un solo corpo, sia nell’ascoltare la parola di Dio, sia nel prendere parte alle preghiere e al canto, sia specialmente nella comune offerta del sacrificio e nella comune partecipazione alla mensa del Signore» - al n. 1369 leggiamo: «tutta la Chiesa è unita all’offerta e all’intercessione di Cristo». Il CCC in Compendio al n. 233 (che riassume quanto detto nel CCC ai nn. 1135-1137 e 1187) conclude: «Nella liturgia agisce “Cristo tutto intero” (“Christus Totus”), Capo e Corpo. Quale sommo Sacerdote, egli celebra con il suo Corpo, che è la Chiesa celeste e terrena». Quindi, la liturgia è azione di tutta la Chiesa; chi celebra è il Capo e il Corpo, ossia l’assemblea liturgica presieduta dal ministro ordinato, icona di Cristo Eterno Sacerdote. Quanto detto è teologia cattolica.
19. Perché, come Lutero eliminò l’Offertorio – visto che molto chiaramente esprime il carattere sacrificale e propiziatorio della Messa – così la nuova Messa lo ha cancellato e ridotto ad una mera Preparazione delle Offerte.
In questo caso bisogna andare a studiare un po’ di storia, prima di dire queste sciocchezze. Fino al secolo VIII l’Offertorio prevede solo la Preghiera sulle offerte; in seguito, dalla fine del IX fino al XIII secolo vengono aggiunte le “apologie”, conservate anche nel Messale 1570 e 1962. La loro scomparsa nel Messale 1970 è dovuta a quanto prescrive SC al n. 50: «Il rito della messa sia riveduto in modo che si manifestino più chiaramente la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione». Le orazioni avevano un carattere di anticipazione dell’oblazione sacrificale, dimensione che si esprime correttamente e in modo eminente nella Preghiera Eucaristica, perché non è la presentazione dei doni a realizzare il Sacrificio Eucaristico ma la Preghiera Eucaristica. Quindi, con questa modifica viene messa in evidenza “la natura specifica delle singole parti” della Messa.
20. Perché una parte importante della teologia cattolica è stata messa da parte, al fine di permettere ai Protestanti di utilizzare il testo della nuova Messa senza difficoltà, pur mantenendo la loro antipatia per la vera Chiesa Cattolica Romana. Il protestante Thurian ha dichiarato che un frutto della nuova Messa “sarà che le comunità non cattoliche potranno celebrare la Cena del Signore utilizzando le stesse preghiere della Chiesa Cattolica” (La Croix 30.4.1969).
A parte il fatto che non è stato messo da parte nulla, vorrei sapere come sia possibile per i protestanti utilizzare le preghiere della Messa, nelle quali si venera la Vergine Maria, si invoca l’intercessione dei Santi e della Vergine stessa (Confiteor, collette, preghiere sulle offerte, preghiere eucaristiche e dopo la Comunione). Il nostro A. sembra ignorare tutto questo. Mi chiedo se abbia mai partecipato alla liturgia celebrata con il Messale di Paolo VI o se abbia mai letto, anche per sbaglio, una pagina del Messale.
21. Perché la maniera narrativa della Consacrazione nella nuova Messa implica che essa è solo in memoriam e non è un vero sacrificio (tesi protestante).
Questa è un’altra falsità. Si legga a questo riguardo l’OGMR, già segnalato, e il CCC al n. 1353: «Nell'epiclesi essa prega il Padre di mandare il suo Santo Spirito (o la potenza della sua benedizione) sul pane e sul vino, affinché diventino, per la sua potenza, il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo e perché coloro che partecipano all'Eucaristia siano un solo corpo e un solo spirito (alcune tradizioni liturgiche situano l'epiclesi dopo l'anamnesi). Nel racconto dell'istituzione l'efficacia delle parole e dell'azione di Cristo, e la potenza dello Spirito Santo, rendono sacramentalmente presenti sotto le specie del pane e del vino il suo Corpo e il suo Sangue, il suo sacrificio offerto sulla croce una volta per tutte».
22. Perché, attraverso delle gravi omissioni, la nuova Messa ci porta a credere che è solo un pasto (dottrina protestante) e non un sacrificio per la remissione dei peccati (dottrina cattolica).
24. Perché proprio i Protestanti hanno detto che “le nuove preghiere cattoliche dell’Eucarestia abbandonano la falsa prospettiva di un sacrificio offerto a Dio” (La Croix 10.12.1969).
Le parole della Consacrazione sono precise e chiare, come anche quelle dell’OGMR e del CCC, che ho già citato. La riforma liturgica ha voluto recuperare la dimensione conviviale dell’Eucaristia per rendere più visibile ciò che ha fatto Gesù, ossia “il sacrificio e convito pasquale” (OGMR, n. 72) e per rendere più chiaro il fine del Sacrificio Eucaristico, che consiste nel diventare in Cristo “un solo corpo e un solo spirito” (si legga, a riguardo, cosa scrive Sant’Agostino nel De Civitate Dei, libro X, par. 6, e il CCC al n. 1382). Inoltre, se focalizziamo la nostra attenzione sulla terminologia del Messale di Paolo VI, vedremo che i termini “sacrificium/sacrificare” compaiono in tutto 162 volte nella Preghiera sulle offerte, nella Secreta e nelle Preghiere Eucaristiche (nel Messale di Pio V 96 volte in tutto). Quindi, la riforma, oltre a mettere in evidenza anche l’aspetto conviviale, che prima era assente, ha anche esaltato maggiormente la dimensione sacrificale. Per quanto riguarda la remissione dei peccati, è necessario non dimenticare: “questo è il calice del mio Sangue… versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”. L’Eucaristia è un banchetto sacrificale (cfr. 1Cor 10,16-22) e in essa bisogna dare il giusto rilievo ad entrambi gli aspetti, conviviale e sacrificale (CCC n. 1382), cosa che il Messale di Paolo VI fa.
23. Perché i cambiamenti come: mensa invece di altare, (sacerdote) fronte al popolo invece che al Tabernacolo, Comunione sulla mano, ecc. danno risalto alle dottrine protestanti (per esempio: la Messa è solo un pasto, il sacerdote solo un presidente dell’assemblea, ecc.).
51. Perché l’altare e il Tabernacolo oggi sono stati separati, manifestando così una divisione fra Cristo e il Suo sacerdote e il sacrificio dell’altare; fra Cristo e la sua Presenza Reale nel Tabernacolo; due cose che per la loro natura propria devono stare insieme (Pio XII).
Tralascio i giudizi gratuiti e falsi dell’A. e mi concentro sulla questione del Tabernacolo e della Comunione sulla mano.
Per quanto riguarda il Tabernacolo, bisogna ritornare a quanto stabilito dal Concilio Vaticano II in SC al n. 50: «Il rito della Messa sia riveduto in modo che si manifestino più chiaramente la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione». Se si celebra con il SS. Sacramento presente nel Tabernacolo collocato sull’altare, la natura specifica delle singole parti della Messa non si manifesta chiaramente; infatti, l’Istruzione “Eucharisticum Mysterium” al n. 55 dice: «Nella celebrazione della Messa appaiono manifesti successivamente i principali modi in cui Cristo è presente alla sua Chiesa, poiché, in primo luogo, egli appare presente nella stessa assemblea dei fedeli, riunita nel suo nome; poi nella sua Parola, quando viene letta e spiegata la Scrittura, e nella persona del ministro; infine, e in modo speciale, sotto le Specie eucaristiche. Per cui a motivo del segno, è più consono alla natura della sacra celebrazione che, per quanto è possibile, il Cristo non sia eucaristicamente presente nel tabernacolo sull’altare in cui viene celebrata la Messa, fin dall’inizio della medesima; infatti la presenza eucaristica del Cristo è il frutto della consacrazione, e come tale deve apparire». Ciò è ribadito anche nell’OGMR, al n. 315, che ricorda anche dove collocare il Tabernacolo. Storicamente il Tabernacolo è stato posto sull’altare dopo il Concilio di Trento in risposta agli attacchi dei protestanti nei confronti dell’Eucaristia. Con la riforma liturgica si ritorna alla prassi precedente, tipica dell’età dei Padri e del Medioevo.
Per quanto riguarda la Comunione sulla mano, ricordo che essa non può dare risalto alle dottrine protestanti, perché è una antica prassi cattolica, che prevede una ritualità specifica e adeguata. Questa prassi risale ai Padri della Chiesa del IV secolo, i quali si preoccupavano anche di catechizzare i fedeli circa il modo di accostarsi alla Comunione, facendo loro conoscere il giusto significato del gesto (perché, come ho detto, vi è una ritualità specifica e adeguata) e suscitando il rispetto per il Sacramento. San Cirillo di Gerusalemme nelle “Catechesi mistagogiche” (5, 21-22) scrive: «Quando ti avvicini, non avanzare con le palme delle mani distese, né con le dita disgiunte; invece fai della tua mano destra un trono per la tua mano sinistra, poiché questa deve ricevere il Re e, nel cavo della mano, ricevi il Corpo di Cristo. Santifica dunque accuratamente i tuoi occhi mediante il contatto col corpo santo, poi prendilo e fai attenzione a non perdere nulla. Ciò che tu dovessi perdere è come perdere una delle tue membra. Se ti dessero delle pagliuzze d’oro, non le prenderesti con la massima cura? Non farai dunque assai più attenzione per qualcosa che è ben più prezioso dell’oro?». Teodoro di Mopsuestia nell’Omelia 16, 27 scrive: «Si stende la mano destra a ricevere l’oblazione che viene data, ma sotto di essa si pone la sinistra, e con ciò si mostra una grande riverenza». Infine, San Giovanni Crisostomo nell’“Omelia sulla Lettera agli Efesini” (3,4) afferma: «Dimmi andresti con mani non lavate all'Eucaristia? Penso di no. Preferiresti piuttosto non andarci, anziché andare con mani sporche. In questa piccola cosa sei attento, e poi osi andare a ricevere l'eucaristia con l'anima impura? Ora con le mani tieni il corpo del Signore solo per breve tempo, mentre nell'animo vi rimane per sempre». Più avanti egli richiama «(…) la più grande dignità di chi riceve con la mano il corpo del Signore rispetto agli stessi serafini» (6,3).
Infine, mensa invece di altare? L'OGMR al n. 296 è chiarissimo: «L’altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore, alla quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la Messa; l’altare è il centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia».
25. Perché siamo al cospetto di un dilemma: o diventiamo protestanti con l’assistere alla nuova Messa o perseveriamo nella nostra Fede cattolica aderendo fedelmente alla Messa Tradizionale di tutti i tempi.
Questa delirante affermazione la lascio al giudizio serio dei lettori.
26. Perché la nuova Messa è stata ideata in accordo con la definizione protestante della Messa: “La Cena del Signore o Messa è una sacra sinassi o assemblea del popolo di Dio che si riunisce sotto la presidenza del sacerdote al fine di celebrare il memoriale del Signore” (n° 7 dell’introduzione al nuovo Messale, del 6.4.1969).
Questa citazione, artatamente tagliata dal suo contesto, rivela – decidano i lettori – o la malafede di chi l’ha scritta o il dilettantismo nell’uso delle fonti. Innanzitutto, bisogna far notare al nostro A. che la definizione da lui citata contiene un’espressione ben precisa, “memoriale del Signore”, che lo stesso IGMR del 1969 (da cui è tratta la citazione) spiega al n. 2: «È di somma importanza che la celebrazione della Messa o Cena del Signore, sia disposta in maniera tale che i ministri e i fedeli, ognuno partecipandovi secondo la propria condizione, ne ricavino più pienamente quei frutti per ottenere i quali Cristo Signore istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue e lo affidò, come memoriale della passione e risurrezione, alla sua diletta sposa, la Chiesa». Per l’IGMR del 1969 (e oggi anche per il CCC, al n. 1382) Cena, sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, memoriale della passione e risurrezione, memoriale del Signore sono inseparabili tra loro: celebrare il memoriale del Signore significa celebrare il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue. Anche il testo della Preghiera Eucaristica IV, presente nel Messale, testimonia quanto detto. Basterebbe saper leggere e analizzare i testi con competenza: «Unde et nos, Dómine, redemptiónis nostræ / memoriále nunc celebrántes, / mortem Christi eiúsque descénsum ad ínferos recólimus, / eius resurrectiónem / et ascensiónem ad tuam déxteram profitémur, / et, exspectántes ipsíus advéntum in glória, / offérimus tibi eius Corpus et Sánguinem, / sacrifícium tibi acceptábile et toti mundo salutáre. / Réspice, Dómine, in Hóstiam, / quam Ecclésiæ tuæ ipse parásti, / et concéde benígnus ómnibus / qui ex hoc uno pane participábunt et cálice, / ut, in unum corpus a Sancto Spíritu congregáti, / in Christo hóstia viva perficiántur, / ad laudem glóriæ tuæ» (traduzione italiana: «In questo memoriale della nostra redenzione / celebriamo, Padre, la morte di Cristo, / la sua discesa agli inferi, / proclamiamo la sua risurrezione e ascensione al cielo, / dove siede alla tua destra; / e, in attesa della sua venuta nella gloria, / ti offriamo il suo corpo e il suo sangue, / sacrificio a te gradito, per la salvezza del mondo. / Guarda con amore, o Dio, / la vittima che tu stesso hai preparato per la tua Chiesa; / e a tutti coloro che mangeranno di quest'unico pane / e berranno di quest'unico calice, / concedi che, riuniti in un solo corpo dallo Spirito Santo, / diventino offerta viva in Cristo, a lode della tua gloria»). Quindi, la definizione della Messa è conforme alla teologia cattolica e anche la riforma della stessa è stata fatta in accordo alla dottrina cattolica.
Fine prima parte. Di seguito si può leggere la seconda.
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