Ai nostri debitori portiamo il perdono di Dio
di Bruno Maggioni
La quinta domanda del Padre Nostro non si limita a chiedere il perdono di Dio, ma allarga il discorso aggiungendo: «Come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Il perdono di Dio e il nostro perdono ai fratelli sono dunque legati da un “come”. Il quale certamente non significa che il nostro perdono costituisca la ragione, la misura e il modello del perdono di Dio. Sarebbe un modo capovolto di guardare Dio.
Il suo perdono, infatti, precede sempre il nostro: incondizionato, gratuito e senza misura. Tuttavia il “come” pone fra i due perdoni un legame stretto e decisivo. Lo ribadiscono diversi testi evangelici. E comunque si intenda il significato preciso di quel “come”, resta fermo che il perdono ai fratelli è di assoluta importanza. Il legame col perdono di Dio è stretto, addirittura in un certo senso necessario. Ma anche il perdono dato, non solo ricevuto, è decisivo. Il Padre Nostro dice semplicemente che occorre rimettere i debiti (nemmeno precisa quali) «ai nostri debitori». Ma proprio questa non precisione dice l’ampiezza e l’universalità del perdono: si tratta di rimettere qualsiasi torto, qualsiasi danno ricevuto, chiunque l’abbia fatto.
Oltre il giusto
Tornando al tentativo di precisare il significato di quel “come”, che pone un legame stretto tra il perdono di Dio e il nostro, c’è un passo evangelico che sembra fatto apposta per chiarire. È la parabola che si legge nel capitolo 18 (versetti 21-35) di Matteo. È una narrazione a tre quadri.
Nel primo si racconta che un servo aveva un debito immenso, inverosimile tanto era grande. Il condono del padrone va oltre la supplica del servo: la risposta di Dio è sempre oltre la misura della domanda, oltre le aspettative e le speranze, oltre il “giusto”. Nulla viene detto sulle qualità del servo, se buono e fedele, se abile nel lavoro, se avesse reso grandi servizi. Si dice soltanto che aveva “supplicato”: a spingere il padrone a rimettere il debito sono state la sua grandezza d’animo e la sua compassione, non i meriti del servo.
Nel secondo quadro, la relazione non è più fra servo e padrone, tra uomo e Dio, ma fra uomo e uomo. La scena è inaspettata: il servo perdonato incontra un collega che gli deve pochi denari, viene a sua volta supplicato, ma non si muove a compassione. Come è possibile, dopo un tale condono ricevuto, non essere capace, a propria volta, di una piccolissima remissione? La realtà è che il servo non ha compreso la fortuna che gli è capitata. L’incontro con la gratuità di Dio non gli ha allargato lo spirito; non ha capito che accettare di essere perdonati significa entrare in un circolo nuovo di rapporti, nel quale i criteri dello stretto dovuto diventano inadeguati. Se ci si ricorda di essere stati perdonati, non ci si può più attenere alla rigida giustizia; chi se ne fa difensore, non è più un annunciatore del volto nuovo e sorprendente del Dio di Gesù, ma l’annunciatore ripetitivo di una figura ovvia di Dio, troppo simile a come gli uomini se la immaginano.
Nel terzo quadro tutto sembra capovolgersi. Il servo prima perdonato, ora non lo è più. Il perdono generoso di Dio non può confondersi con l’indifferenza al fatto che l’uomo estenda il perdono ricevuto o lo tenga per sé. II perdono fraterno va preso sul serio. Non è la ragione del perdono di Dio, però è il luogo della sua verità. Se non dai il perdono, non hai compreso il perdono ricevuto. È come se il perdono di Dio dentro di te svanisse. Il perdono al fratello non è la condizione perché Dio, a sua volta, ci perdoni. È però la prova che il perdono di Dio l’abbiamo veramente accolto. E che veramente ci ha trasformato.
(da Italia Caritas, Mensile della Caritas Italiana, Luglio/Agosto 2011, p. 6)
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