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DIMORARE IN DIO

Preghiera e silenzio

1 Febbraio 2015 , Scritto da DimorareinDio Con tag #Preghiera

 “Quando pregate dovete essere in silenzio… essere in silenzio con voi stessi; lasciate che la Preghiera parli”. Così è stato saggiamente detto da uno scrittore ortodosso finlandese. Raggiungere il silenzio: tra tutto ciò che concerne l’arte della Preghiera, questa è la meta più ardua e decisiva. Il silenzio non è solo negazione – una pausa tra le parole, un’interruzione temporanea del discorso – ma, propriamente inteso, è una qualcosa di più altamente positivo: è un atteggiamento di attenzione viva, di vigilanza e, soprattutto, di ascolto. L’esicasta, cioè chi ha raggiunto l’esychia, che è calma interiore o silenzio, è per eccellenza colui che ascolta. Ascolta la voce della preghiera nel suo cuore, ed intende che tale voce non è la sua, ma quella di un Altro che parla in lui.

 Quattro brevi definizioni esplicitano con maggior chiarezza la relazione che intercorre tra la preghiera e il silenzio. La prima è tratta dal dizionario, che descrive la preghiera come “… solenne richiesta a Dio … formula di orazione”.

 La preghiera è qui intesa come qualcosa che si esprime mediante le parole e, in modo più specifico, come il rivolgersi a Dio affinché conceda qualche beneficio. Siamo ancora a livello di preghiera esteriore piuttosto che interiore. Pochi di noi possono ritenersi soddisfatti da un tale modello.

 La seconda definizione, tratta da uno starec russo dello scorso secolo, esprime una concezione molto meno esteriore. Nella preghiera, dice il vescovo Teofano il Recluso (1815-1894), “ciò che conta principalmente è rimanere davanti a Dio con la mente nel cuore, e continuare a rimanere davanti a Lui senza sosta giorno e notte, fino alla fine della vita”.

 La preghiera, intesa in questo modo, non è più solamente una richiesta, e può sussistere in modo assoluto senza l’impiego di alcuna parola. Essa non è tanto un’attività momentanea, quanto uno stato continuo. Pregare è stare davanti a Dio, entrare in rapporto immediato e personale con Lui; è avere la consapevolezza che, ad ogni livello del nostro essere, da quello istintivo a quello mentale, da quello inconscio a quello supercosciente, noi siamo in Dio e Lui è in noi.

 Per affermare e rendere profondo il nostro personale rapporto con gli altri uomini, non è necessario formulare in continuazione richieste o usare parole; meglio ci conosciamo e ci amiamo l’un l’altro, meno v’è bisogno di esprimere verbalmente il nostro reciproco atteggiamento. Così anche nel nostro rapporto personale con Dio.

 Queste due prime definizioni pongono dunque l’accento per lo più sull’agire da parte della persona umana, piuttosto che da parte di Dio. Ma nel rapporto che si stabilisce mediante la preghiera è Dio, non l’uomo, che prende l’iniziativa; e questa Sua azione è fondamentale. Questo è quanto emerge dalla terza definizione, esposta da San Gregorio del Sinai (†1346). In un passo elaborato, in cui le definizioni si susseguono una dopo l’altra nello sforzo di descrivere la vera realtà della preghiera interiore, improvvisamente San Gregorio conclude con inaspettata semplicità: “Perché parlare a lungo? La preghiera è Dio che opera ogni cosa in tutti gli uomini”.

 La preghiera è Dio: non qualcosa che nasce per mia iniziativa, ma qualcosa a cui io partecipo; non è qualcosa che io faccio, ma qualcosa che Dio sta operando in me: è quanto afferma San Paolo, “non sono io, ma Cristo in me” (Gal., 2,20). Il sentiero della preghiera interiore è indicato con precisione dalle parole che San Giovanni Battista rivolge riguardo al Messia: “Egli deve crescere, mentre io devo diventare più piccolo” (Gv., 3,30). In questo senso pregare è essere silenziosi. “Voi dovete essere silenziosi in voi stessi; lasciate che la preghiera parli” – più precisamente, lasciate che Dio parli.

 La vera preghiera interiore è astenersi dal parlare ed ascoltare la voce silenziosa di Dio dentro il nostro cuore, è cessare di agire per proprio conto, è entrare nell’azione di Dio. All’inizio della liturgia bizantina, quando le preparazioni preliminari sono finite e tutto è pronto per iniziare l’Eucaristia, il diacono si avvicina al prete e dice: “È il momento che il Signore agisca”. Questo deve essere l’atteggiamento dell’adorante non solo durante la liturgia eucaristica ma in ogni preghiera, sia essa pubblica o privata.

 La quarta definizione, presa ancora da San Gregorio del Sinai, indica in modo più preciso il carattere di questa azione del Signore dentro di noi: “La preghiera, egli afferma, è la manifestazione del Battesimo”.

 L’azione del Signore non è, naturalmente, limitata solo ai battezzati; Dio è presente e lavora in ogni essere umano, in virtù del fatto che ognuno è creato secondo la sua divina immagine. Tale immagine è stata oscurata e obnubilata, anche se non completamente offuscata, dalla caduta nel peccato. Essa viene riportata alla sua primitiva bellezza e splendore attraverso il sacramento del Battesimo, per mezzo del quale Cristo e lo Spirito Santo vengono ad abitare in quello che i Padri chiamano “il più interno e segreto santuario del nostro cuore”.

 Per la stragrande maggioranza dei cristiani, tuttavia, il Battesimo è qualcosa di ricevuto nell’infanzia, di cui non si ha memoria cosciente.

 Sebbene il Cristo battesimale e il Paraclito dimorante in noi non cessino mai – neanche per un solo momento – di lavorare nel nostro intimo, la maggior parte di noi – salvo rare eccezioni – rimane ignara di questa presenza e attività interiore. La vera preghiera allora significa la riscoperta e la manifestazione della Grazia del Battesimo.

 Pregare è passare da uno stato in cui la Grazia è presente nei nostri cuori in modo segreto e inconsapevole, ad uno stato di percezione e consapevolezza piena e interiore, quando cioè facciamo esperienza e percepiamo l’attività dello Spirito in modo diretto e immediato.

 Per San Callisto e Sant’Ignazio Kantopoulos (XIV sec.) lo scopo della vita cristiana è “ritornare alla perfetta Grazia dello Spirito Santo che dà la vita e che ci è stato conferito fin dall’inizio col divino Battesimo”.

“Nel mio inizio è la mia meta finale”. Lo scopo della preghiera può essere riassunto nella frase “diventa ciò che sei”. Diventa, consapevolmente e attivamente, ciò che sei già in potenza e nel segreto, in virtù del fatto che sei stato creato secondo la divina immagine e sei rinato nel Battesimo. Diventa ciò che sei: più esattamente, ritorna in te stesso; scopri Colui che è già in te, ascolta Colui che non cessa mai di parlare dentro di te; possiedi Colui che sempre possiede te. Questo è il messaggio che Dio rivolge a chi vuole pregare: “Non cercheresti me, se non mi avessi già trovato”.

(da Kallistos Ware, La potenza del Nome. La preghiera di Gesù nella spiritualità ortodossa, Il leone verde, 2000, pp. 15-20)

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