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DIMORARE IN DIO

Dacci il nostro pane, concedi fraternità e sobrietà

21 Febbraio 2014 , Scritto da DimorareinDio Con tag #Preghiera

di Bruno Maggioni
 
La richiesta del pane è la più umile delle domande del Padre Nostro, ma si trova al centro della preghiera (è la quarta delle sette domande), e questo ne testimonia l’importanza. Dalla formulazione della domanda del pane traspare un vivo senso della dipendenza da Dio: il pane è “nostro”, frutto del nostro lavoro, e tuttavia lo si chiede al Padre come dono. E un primo tratto importante, da esprimere non solo nella preghiera, ma nella vita. La Bibbia si è accorta da sempre che l’orgoglio dell’uomo di fronte ai frutti del proprio lavoro non raramente conduce a violenza e ingiustizia, e ancora più frequentemente alla dimenticanza di Dio, come avviene quando l’uomo attribuisce a se stesso – soltanto a se stesso – ciò che invece è dono.
 Accanto al senso della dipendenza da Dio, un vivo senso di fraternità. II cristiano che recita il Padre Nostro prega al plurale, chiede il pane comune, per tutti, non soltanto per se stesso. Questo tratto rinvia all’esempio della prima comunità di Gerusalemme, di cui parla Luca nel libro degli Atti degli Apostoli (2,44; 4,32). Due volte precisa che «avevano tutto in comune» e che «vendevano le loro proprietà». Non si tratta di un’abolizione della stessa, ma del desiderio di condividere le sostanze fra tutti. Un desiderio che sorgeva spontaneo da una duplice convinzione: che Dio è Padre di tutti e che il Signore Gesù è morto per tutti.
 Luca precisa poi che i beni emersi in comune venivano distribuiti «a ciascuno secondo le sue necessità» (4,35). È chiaro che l’ideale perseguito non era dunque quello della povertà volontaria, ma di una carità che non può tollerare che vi siano fratelli nell’indigenza.
 Infine Luca annota che «erano un cuor solo e un’anima sola» (4,32): fondamentale per comprendere le due facce inseparabili della fraternità cristiana, che è insieme interiore ed esteriore, coinvolge l’anima e la vita. La sua radice è nel cuore dell’uomo. “Cuore e anima” non è tanto un’espressione che dice l’interiorità, quanto piuttosto la totalità: designano il “centro” della persona. Potremmo parafrasare così: tutta la persona deve protendersi nella fraternità.
 
Esasperazione e schiavitù
Dalla domanda del pane traspare anche un vivo senso di sobrietà. Si chiede al Padre il pane sufficiente per oggi, nulla più. Nessuna passione per l’accumulo. Il Regno al primo posto, il resto quanto basta.
 Il contrario di questa sobrietà è l’affanno, come spiega Matteo in un passo che costituisce un diretto commento al Padre Nostro (6, 25-34): «Per la vostra vita non affannatevi per quello che mangerete o berrete: per il vostro corpo di come vestirete... Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste altre cose vi saranno date in più... Basta a ciascun giorno il proprio affanno».
 Affannarsi per accumulare è idolatria. Non è nell’accumulo che va posta la sicurezza della vita. L’affanno – che cosa mangeremo? che cosa indosseremo? – è contro l’uomo, perché lo priva della gioia di vivere. Perennemente insoddisfatto, insicuro, l’uomo cade nell’esasperazione del lavoro e dell’accumulo, quindi nella schiavitù.
 La domanda del pane rinvia anche all’episodio anticotestamentario della manna (Es 16, 19-21): «Mosé disse loro: nessuno ne avanzi per domani. Ma essi non ascoltarono Mosé e alcuni ne presero di più per l’indomani: sorsero dei vermi e si corruppe». La lezione del miracolo della manna non è dunque solo la fiducia nel dono di Dio, che ogni giorno pensa al suo popolo, ma di nuovo anche – e forse ancora di più – proibizione dell’accumulo: si deve raccogliere il cibo che basta per un solo giorno. Perché l’accumulo imputridisce.
 
(da Italia Caritas, Mensile della Caritas Italiana, Maggio 2011, p. 5)
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