Il ministero dell'inquietudine e della speranza
La vita cristiana è paradossale. E’ possesso e ricerca. E’ sicurezza e insicurezza. E’ gioia e inquietudine. E’ una vita mossa, contrastata, esposta a diverse contraddizioni …
… Il più grave errore sarebbe quello di rendere l’esistenza cristiana ragionevole, ordinata, sistemata dentro coordinate precise e preventivamente conosciute. Se essa perde il suo carattere scandaloso, non ha alcun senso per il mondo. Se crede di farsi accettare attraverso gli strumenti della saggezza umana, il suo destino è segnato. Non è più sale e lievito. Non ha più nulla da dare.
Il compito del cristiano è quello di svolgere, a partire dalla sua paradossale identità, un duplice ministero.
Il cristiano, prima di tutto, è chiamato a svolgere nel mondo il ministero dell’inquietudine …
Di fronte a coloro che, avendo perso il dono della dubbiosa ironia, non sanno più sorridere dei propri falsi assoluti e riprendere la via dell’umile interrogazione, il cristiano, in forza della signoria di Cristo, si pone come coscienza critica, sollecitante, inquietante: dietro le sicurezze ostentate vede la vacuità, l’incertezza, il vuoto nascosto, e si fa seminatore di dubbi e di libertà.
Nei confronti invece della massa di coloro che vivono nella tranquilla gestione del quotidiano dopo aver liquidato valori e problemi di natura religiosa, il cristiano deve assumere tutto lo “scandalo evangelico” per fare breccia dentro il muro della distrazione e dell’indifferenza.
L’uomo che cerca falsi rifugi non può essere raggiunto che dalla violenza profetica della verità e dell’amore. Occorre credere e amare a tal punto da destare in lui, insieme alla sorpresa, la capacità di riaprire il discorso sul senso ultimo della vita e della storia.
Accanto al ministero dell’inquietudine, il credente è chiamato a svolgere un altro ministero: quello della speranza. Il primo potrebbe fare di lui una persona separata, ripiegata su se stessa, incapace di solidarizzare con gli altri. Il secondo lo porta a curvarsi sulla debolezza degli altri. Pronto a scomunicare le false sicurezze, è altrettanto pronto a restituire fiducia là dove la vita sembra condannata alla disperazione.
Il mondo è pieno di gente che porta in sé speranze inappagate ed è tentata dalla disperazione. Le ideologie non bastano più a creare significati ultimi per l’esistenza. Anche le grandi utopie politiche hanno perso la loro forza di persuasione e di mobilitazione lasciando un vuoto in cui l’uomo si trova smarrito e solo di fronte al futuro.
Che cosa si preannuncia per gli anni a venire? C’è un senso diffuso di precarietà e di insicurezza. Al tempo stesso, poiché i rapporti sociali si fanno sempre più rigidi e disumani, organizzati come sono sotto il segno della reciproca indifferenza, si fa sentire in modo particolarmente acuto l’esperienza dell’emarginazione e della solitudine. Non è difficile avvertire che molte persone sono in attesa di un segno di speranza.
Il cristiano è provocato a dare qualche risposta. Ma in che modo? Non è certo possibile rispondere a queste attese con verità calate dall’alto, proposte con rigore e inflessibilità dogmatica. Si tratta invece di entrare nella disperazione degli altri, di camminare accanto all’uomo povero, escluso, smarrito, disperato, di suscitare qualche ragione di vita in colui che dimora nella sola prospettiva della morte.
Occorre rendere credibile, attraverso gesti di pietà e di tenerezza, che Dio è vita, è promessa, è presenza. Sono soprattutto questi due ministeri, dell’inquietudine e della speranza, a rendere visibile davanti a tutti la vera identità del cristiano.
(da don Luigi Pozzoli, La beatitudine del naufrago, Ancora 2003)
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