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DIMORARE IN DIO

La preghiera filiale del discepolo

29 Maggio 2012 , Scritto da Citocromo Con tag #Preghiera

«Al fondo ci sembra che le difficoltà della preghiera siano quelle stesse della fede. Solo che, nel caso della preghiera, sono meno camuffabili». […]
Gli studiosi sono ormai giunti a un accordo sul fatto che occorre trovare un luogo di discernimento e di salvaguardia del «pregare» cristianamente autentico, e lo indicano nel cosiddetto «nodo cristologico»: la «figura» dell’uomo che prega, e del Dio a cui l’orante si rivolge, e del gesto stesso del pregare, va verificata a partire da un riferimento esplicito al pregare storico di Gesù Cristo.
Un cristiano può collocarsi soltanto nella memoria viva del «pregare realmente avvenuto di Gesù di Nazareth». Il discepolo dunque, anche e soprattutto in questo, può soltanto imitare il suo Signore e lasciarsi imprimere da Lui la sua modalità filiale. Con Cristo, e nel Suo Spirito, egli impara a rivolgersi a Dio Padre. O meglio: il Padre, donando al discepolo lo Spirito del Figlio, gli concede di entrare e di immedesimarsi nell’atteggiamento orante, filiale, di Cristo1.
L’humus proprio e specifico della preghiera cristiana è dunque l’avvenimento dell’Alleanza. In esso l’uomo può assumere verso Dio i due consequenziali atteggiamenti che determinano la sua preghiera: ringraziare e domandare.
Nel ringraziamento l’uomo risponde al dono (letteralmente: re-agisce, in forma grata, alla grazia) e quindi benedice, loda, si confessa immeritevole e peccatore.
Nella domanda l’uomo scopre sempre di più in sé gli spazi adatti a ricevere il dono e li indica umilmente al suo Signore e Benefattore: ogni vera domanda è per l’uomo legittima, sia perché essa esprime la verità della sua condizione creaturale e della sua attiva e progettante libertà, sia perché ogni domanda in anticipo si lascia includere nell’unica grande e ineliminabile e certamente esaudita domanda di salvezza.
[…] «Breviarium totius Evangelii», lo chiamava Tertulliano, e basta questo ad avvertirci che, quando recitiamo il Pater (ed è così che «dobbiamo» pregare), non lo possediamo più di quanto riusciamo a possedere e a sondare le profondità evangeliche. Piuttosto ne siamo posseduti.
H. Schürmann ha dimostrato che chiunque prega il Pater deve accettare d’esser collocato nel realismo di una crocifissione:
«Chi recita con altri, meditando, la preghiera del Signore e si lascia interiormente muovere dallo Spirito di Gesù, fa una strana esperienza: si sente ‘rivolto’ allo stesso tempo in senso orizzontale e in senso verticale. All’inizio, per questa doppia impressione ci si può sentire come lacerati, alla fine quasi ‘divisi in due’, ‘crocifissi’… »6.

1 Cfr. G. Moioli, Preghiera, in NDT, Roma 1979.
6 Padre nostro, Milano 1983, p. 173.

(da Antonio Sicari, Il “nodo biblico„ della preghiera cristiana, pp. 17-18.25, in AA.VV., La preghiera del cristiano, Communio, n. 82, luglio-agosto 1985, Jaca Book)

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