Il secondo annuncio
Nella rivista Settimana dell'11 settembre 2011, n. 32, alle pagine 8-9 vi è la presentazione del testo di fratel E. Biemmi "Il secondo annuncio - La grazia di ricominciare". L'articolo, firmato da Guglielmoni L. e Negri F., prende in esame le idee principali del testo, che a mio avviso è molto interessante e di grande attualità pastorale. Cito sul blog alcune parti dell'articolo, di cui si può leggere il testo completo sul sito delle Edizioni Dehoniane di Bologna.
«[...] Il “canto fermo” della fede
L’annuncio viene ad avere contemporaneamente tre caratteristiche:
* è racconto di Gesù;
* è racconto di un testimone amato e salvato da lui;
* è racconto formulato a partire dalla vita di chi ascolta.
La comunità cristiana è il soggetto di questo annuncio. Essa è “tessitrice di racconti”, narratrice di una storia e maestra della fede; parla agli uomini di oggi con tutto quello che è. Al centro dell’annuncio va sempre collocato l’incontro con la Parola, perché l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo. Partendo da una lettera di Bonhoeffer, Biemmi invita alla «polifonia dell’esistenza», precisando il contenuto del primo e del secondo annuncio. Il “canto fermo” è una melodia popolare che serve da supporto agli esercizi di contrappunto. «Il canto fermo e i suoi contrappunti creano una polifonia. La melodia senza i contrappunti diventa ripetitiva e noiosa. I contrappunti senza la melodia sono puri esercizi stilistici». Le sacre Scritture sono il “canto fermo” della fede. Esse vanno accompagnate con il “contrappunto” dei quattro grandi pilastri della tradizione catechistica ecclesiale: il Credo, i sacramenti, i comandamenti, la preghiera. Per fratel Enzo il Catechismo degli adulti La verità vi farà liberi «è una mediazione particolarmente felice… un catechismo-risorsa, un quadro autorevole di riferimento che ci permette di garantire la sinfonia della fede» (p. 77).
Il “secondo annuncio” per un cristianesimo desiderabile
A molti oggi il cristianesimo pare nemico dell’uomo, della sua libertà e della sua realizzazione. Ora, «se il compito del primo annuncio è di annunciare Cristo a chi non conosce il Vangelo, compito del secondo annuncio è di farlo “sentire buono” a chi lo ha incontrato male». Ogni aspetto del Vangelo è una parola buona per la vita. La catechesi si è sempre impegnata a educare alla vita buona del Vangelo attraverso quattro vie, che vanno recuperate con spirito creativo perché su di esse si gioca la credibilità del cristianesimo. Le quattro dimensioni su cui il catechismo ha basato il suo contributo educativo sono le seguenti (pp. 80-85):
a) l’educazione della memoria attraverso i racconti. In una cultura senza più memoria, nella quale i giovani vivono una vita virtuale sotto l’imperativo dell’immediato, la nostra fede offre le grandi narrazioni bibliche. Il Credo che professiamo, poi, narra di un Dio che si è fatto umano ed è in mezzo a noi con la sua umanità risorta;
b) l’educazione ai riti, aiutando a stare simbolicamente dentro la vita. La seconda dimensione educativa è quella simbolica. La fede cristiana è punteggiata di riti. I sacramenti rappresentano la cura di Dio per ogni aspetto e per ogni tempo della vita umana. È, questo, un contributo significativo per una cultura che non va oltre l’oggettività delle cose e dei fatti;
c) l’educazione morale, coltivando il desiderio. Per fratel Enzo i riferimenti etici e morali sono come i blocchi di partenza nelle gare di cento metri: impediscono di regredire e autorizzano a lanciarsi in avanti. Il contributo educativo della fede cristiana alla vita buona è tutto contenuto nel decalogo, parole di garanzia per una vita di libertà;
d) l’educazione all’interiorità, formando alla preghiera. La preghiera invita a vivere custodendo l’interiorità perché iniziare alla vita interiore è educare al silenzio, alla consapevolezza di sé, alla riflessione. In sintesi: su questa capacità educativa si gioca oggi la credibilità del cristianesimo. Si provi a pensare le cose al contrario: un’esistenza senza racconti, dei racconti senza riti, dei riti senza compiti, dei compiti senza regole, delle regole senza interiorità: si creerebbe una vita senza speranza.
Le tre regole d’oro del “secondo annuncio”
Partendo dalle parabole evangeliche del tesoro nel campo e della perla preziosa, l’autore indica tre regole fondamentali per il secondo annuncio.
1. La prima regola riconosce che il Vangelo ha la capacità di mostrare da sé il suo valore. Dunque alla comunità cristiana è chiesto di non far leva anzitutto «sulla consistenza della ricerca e delle domande che le persone possono porsi o meno, ma sulla qualità della proposta nei termini del dono e della sorpresa». La comunità si concentra quindi sul dono da offrire, che non è vincolato dalla ricerca umana ma è sempre un “di più” di grazia.
2. La seconda regola prevede che il secondo annuncio tenda a suscitare lo stupore, la meraviglia e la gratitudine per l’amore eccedente di Dio. Da questo sgorga un rinnovato impegno morale.
3. La terza regola d’oro orienta a raggiungere le persone dentro le loro vite, nel loro bisogno di vita: «Il secondo annuncio mostra il volto generoso del Vangelo per una vita buona in tutte le sue vicende».
Questa è la grande sfida per la Chiesa italiana in questo decennio e su questo punto si decide la capacità di evangelizzare: la comunità cristiana annuncia il Vangelo a partire dalle situazioni di vita della gente. Il vangelo, infatti, «non va a segno se non trasforma qualitativamente la vita delle persone, delle convivenze civili, delle culture» (p. 91). È quanto afferma, con altre parole, la nota Cei Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia: «L’adulto si lascia coinvolgere in un processo di formazione e in un cambiamento di vita soltanto dove si sente accolto e ascoltato negli interrogativi che toccano le strutture portanti della sua esistenza: gli affetti, il lavoro, il riposo. Gli adulti di oggi risponderanno solo se si sentiranno interpellati su questi tre fronti con intelligenza e originalità » (n. 9).
[...]Si tratta, poi, non solo di accogliere le persone ma di lasciarsi accogliere, di entrare nelle case, di ascoltare le preoccupazioni e i problemi, le domande e le esperienze altrui. Scrive l’autore: «Le persone vanno accolte e amate come sono. Il Vangelo non pone condizioni preliminari, ma si offre come cammino di vita e di conversione. Siamo chiamarti ad annunciare non partendo dal punto di vista in cui siamo noi, ma dal punto di vista in cui sono le persone. A concentrarci su quanto possiamo donare e non sulle condizioni che gli altri devono possedere» (p. 107).
Un rapporto di reciprocità
Ripercorrendo l’episodio dell’incontro tra Filippo e l’eunuco (At 8,26- 40), Biemmi ne raccoglie l’insegnamento per la Chiesa di oggi attorno a quattro coppie di verbi (pp. 98-102):
– ospitare e lasciarsi ospitare. Dalla reciproca ospitalità fiorisce il secondo annuncio. Filippo, all’inizio, si limita ad avvicinarsi e ad ascoltare, a “salire sul carro”, cioè a entrare in una relazione vera. Si tratta di allenarsi a lasciarci accogliere dagli altri, fidandosi di loro;
– evangelizzare e lasciarsi evangelizzare. Filippo ridice il Vangelo all’eunuco a partire dalla situazione della persona che gli sta di fronte, da quanto è accaduto nella sua vita;
– generare ed essere generati. Luca negli Atti scrive che «Filippo e l’eunuco scesero tutti e due nell’acqua e Filippo lo battezzò». Si tratta di una nascita (per l’eunuco) e di una rinascita (per Filippo). Allo stesso modo, la comunità cristiana è madre e nuovamente figlia, nuovamente generata nel momento in cui essa genera nuovi figli a Dio;
– accompagnare e sparire. È tipico dei genitori e degli autentici educatori. La sparizione dell’educatore è la condizione perché la vita donata vada a segno, perché l’azione educativa venga interiorizzata. Con la stessa intensità con cui si accompagna, così bisogna “lasciar andare”… È lì che «la differenza tra evangelizzatore e destinatario sparisce».
La Chiesa del “secondo annuncio”
Per Biemmi le difficoltà della trasmissione della fede devono diventare una domanda della Chiesa su se stessa. La comunità cristiana viene messa in causa nel suo essere e nel suo vissuto, sulla sua capacità di configurarsi come vera fraternità, come un unico corpo con varie membra e non come azienda. L’evangelizzazione non è questione di strategie comunicative, ma un’operazione spirituale: «Non sarà aumentando il volume della voce che la Chiesa si farà ascoltare, ma tornando lei stessa discepola del suo Signore. Allora il Vangelo le tornerà a parlare ed essa troverà le parole per dirlo agli altri… La Chiesa del secondo annuncio è dunque la Chiesa del “secondo ascolto”. Non da sola, ma assieme a coloro che essa accompagna. Mentre ascolta il Vangelo, essa lo annuncia; mentre lo annuncia alle donne e agli uomini di oggi, essa lo ascolta. L’aiuto ci verrà proprio da coloro con i quali ci assumeremo il rischio di leggere il Vangelo. La Chiesa, donando il Vangelo agli uomini e alle donne di oggi, sarà aiutata a riscoprirlo nella sua perenne novità. Il secondo annuncio è per lei la grazia di ricominciare» (pp. 102-106). [...]»
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